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Passeggeri, clandestini e improvvisati

Il nuovo corso del cinema spagnolo, tra crisi e reinvenzione*

La isla minima

Nell’anno che avrebbe potuto decretarne il fallimento, il cinema spagnolo con un colpo di reni si è tirato fuori dal pantano. Chiamala, se vuoi, disperazione. Diceva qualcuno che la creatività ha bisogno di una buona crisi per emergere in tutto il suo potenziale. E in Spagna c’è tutta la crisi che volete.
«Tutto va male, tutto va bene», sembra ripetere il sorriso di Dani Rovira, chiamato a condurre l’ultima cerimonia dei Goya.
Rovira è il comico televisivo più popolare dell’ultima generazione: nel 2014 ha fatto il grande passo e, da attore protagonista, ha partecipato al successo di Ocho apellidos vascos (di Emilio Martínez Lázaro), la commedia che ha tenuto banco al box office per mesi. È un cinepanettone basato sui contrasti culturali tra andalusi e baschi. Inesportabile, ma fondamentale per riavvicinare il pubblico al cinema nazionale. Mezza Spagna ha pagato il biglietto e riso a crepapelle. Intrattenimento popolare ma intelligente, con un cast di facce riconoscibili.

Nel 2014 il cinema nazionale è tornato a farsi valere al botteghino: è l’anno del noir, del thriller e del poliziesco.
Daniel Monzón (Cella 211, 2009) si conferma regista di blockbuster con l’adrenalinico El niño, un action dove gli effetti speciali funzionano proprio perché, invece della classica cornice statunitense, si basa sulla cronaca nera del traffico di droga tra Marocco e sud della Spagna.
Ocho apellidos vascosIl vero mattatore è però La isla mínima di Alberto Rodríguez. Immaginate le atmosfere di True Detective traslate in Andalusia negli anni Ottanta. In un piccolo paesino scompare una bambina e due poliziotti sono inviati per investigare. C’è tutto: il mistero, la suspense, gli scheletri nell’armadio di un passato post-franchista ancora difficile da elaborare. Un capolavoro.
Ma non sono solo rose e fiori.
«Ringrazio gli amici della cultura e del cinema spagnolo», ha detto Pedro Almodovar nel suo discorso ai Goya, «signor Wert, lei non è incluso.» Subito dopo ha consegnato il premio alla carriera ad Antonio Banderas.
Un passo indietro. Chi è José Ignacio Wert? Nientemeno che il ministro della cultura. È presente in sala, in smoking. Il suo disagio, evidente. Perché? Lo riassume, con toni più pacati, l’allora presidente dell’accademia cinematografica spagnola (si dimetterà poche settimane dopo), Enrique González Macho: «Portando l’IVA al 21% avete attentato alla vita del nostro cinema». Il riferimento è alla riforma finanziaria del governo Rajoy. Le polemiche piovono da mesi – nella sitcom La que se avecina uno dei personaggi tira un granchio in faccia un sosia del primo ministro – e da ogni àmbito (teatro, cinema ed editoria). Wert sorride, anche quando Rovira estrae dal cilindro la più amara delle battute: «Sarebbe bello poter premiare attori e registi che fanno fortuna qui e non devono fuggire all’estero per lavorare».

graffa In questa situazione d’incertezza gli attori che lavorano di più sono Raul Arévalo, Javier Cámara, Marta Etura, Clara Lago, Macarena Gomez e Luis Tosar. Il ricambio è stato compiuto

Banderas e Penelope Cruz annuiscono. Un altro big trasferitosi a Hollywood, Alejandro Amenabar, non tornerà a girare in patria; resta qui invece Jaume Balagueró, con il modesto [REC] 4: Apocalipsis.
In questa situazione d’incertezza gli attori che lavorano di più sono Raul Arévalo, Javier Cámara, Marta Etura, Clara Lago, Macarena Gomez e Luis Tosar. Il ricambio è stato compiuto.
Arevalo e Cámara sono protagonisti sia dell’ultimo di Almodovar, Gli amanti passeggeri, che di La vida inesperada di Jorge Torregrossa, una deliziosa commedia ambientata a New York in cui si parla proprio di espatriati: a impreziosirla sono le interpretazioni e la sceneggiatura, della scrittrice Elvira Lindo. Cámara dà il meglio di sé anche in Vivir no es fácil con los ojos serrados, in cui veste i panni di un professore d’inglese che usa le canzoni dei Beatles, negli anni Sessanta, come testo scolastico: partirà, insieme a due ragazzi fuggiti di casa, per rintracciare John Lennon. Road movie, dramma di formazione, è stato il titolo che la Spagna ha proposto agli ultimi Oscar. Non è andata bene; anche se una coproduzione ispano-argentina, Storie pazzesche (di Damián Szifrón), ha mitigato la delusione entrando in cinquina.
LoreakNel mare magnum di titoli interessanti – i drammi Las ovejas no pierden nel tren (di Álvaro Fernández Armero), Hermosa juventud (di Jaime Rosales) e Magical Girl (di Carlos Vermut); l’horror Musarañas (di Juanfer Andrés e Esteban Roel); il documentario Paco de Lucía: la búsqueda (di Curro Sánchez); e anche il divertente film d’animazione Mortadelo y Filemón contra Jimmy el Cachondo (di Javier Fesser) – sono da segnalare due produzioni di altissimo profilo non in castigliano: il basco Loreak (di Jon Garaño e Jose Mari Goenaga) e, tornando un po’ più indietro, il catalano Pa Negre (2010, di Augustí Villaronga), entrambi intensi e magnifici.
«Il cinema spagnolo è vivo», dicono in chiusura dei Goya due attori comici, «ma per favore, signor ministro Wert, abbassi quella cazzo d’IVA!»
Solo così si potrà continuare a cavalcare quest’onda anomala ma felice.

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*Questo articolo è stato originariamente pubblicato sulla rivista "Blow Up"

 

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