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Il nuovo volto del noir spagnolo - Parte seconda

Maria OruñaI figli prediletti del noir, quello vero, hanno più di una passione in comune. La violenza e la sete di giustizia, spesso sublimata da personaggi non troppo raccomandabili e attraverso le leggi più dure, quelle della strada, li portano a confrontarsi con i classici dell’hardboiled statunitense.
Se Andreu Martín e Juan Madrid hanno reso internazionale la dimensione criminale di una città come Barcellona, trasformatasi nelle loro pagine da paesone a metropoli, i loro discendenti più diretti si chiamano Carlos Zanón (Barcellona, 1966), Empar Fernández (Barcellona, 1962) e Susana Hernández (Barcellona, 1969).
Il primo, vincitore con Yo fui Johnny Thunders (2014) del premio Hammett, è il re dei bassifondi, dei vicoli bui e degli antieroi che picchiano duro, costretti al punk e all’anarchia pur di sopravvivere. Pubblicato anche in Italia (Fuori tempo massimo, traduzione di Tarde, mal y nunca, 2009), è autore capace di instillare pesanti tracce di polar nella novela negra: ma a colpire è soprattutto la sua prosa concitata, fatta di iperboli e ironia cruda.

Fernández è invece la regina del domestic noir autoctono, che lei preferisce chiamare il genere grigio asfalto. La trilogia sul dolore e sulla colpa composta da La mujer que no bajó del avión (2014), La última llamada (2015) e Maldita verdad (2016) riscrive i confini di un poliziesco dove non ci sono né commissari, né forze dell’ordine: bensì persone normali distrutte da una tragedia che, quando scoppia, non prevede ostaggi, ma soltanto vittime.
Hernández, da par suo, riesce a essere originale muovendosi all’interno dei cliché del poliziesco classico: un’ispettrice omosessuale con problemi di coppia, la cui compagna è un magistrato che crede nella giustizia. Binari paralleli che portano le due a indagare, con metodi diversi, eppure complementari, il lato oscuro della società. L’ultimo romanzo della serie, Cuentas pendientes (2015), è un meccanismo a orologeria che non perde mai un colpo.
Ancora la capitale catalana come scena del crimine per Aro Sáinz de la Maza (Barcellona, 1959) e Josep Camps (Barcellona, 1964), che si occupano di storie locali con una mentalità aperta a fenomeni più vasti e universali: assassini seriali, complotti, corruzione. Le loro ultime fatiche, El ángulo muerto (2016) e Rezos de vergüenza (2016), confermano la vitalità di un panorama sfaccettato cui manca davvero poco per trasformarsi in movimento letterario e fare, a propria volta, scuola.
Claudio CerdanCi si allontana geograficamente, ma non quanto a temi neri, con il canario José Luis Correa (Las Palmas de Gran Canaria, 1962) e il basco Xabier Gutiérrez (San Sebastián, 1960): il primo, che ha diversi titoli tradotti in italiano, spinge soprattutto sul valore politico del romanzo noir, mentre il secondo, affermato chef di professione, punta al binomio cibo/crimine che da sempre è uno dei valori portanti del giallo. Più addentro ai meccanismi del procedural thriller è Esteban Navarro (Moratalla, 1965), il poliziotto che scrive, come ama definirsi: quando smette l’uniforme concepisce romanzi dalle trame robuste che puntano su suspense e colpi di scena. Non sono bestseller, ma poco ci manca. La serie con protagonista Diana Dávila è giunta al terzo appuntamento con La puerta vacía (2015), la cui eco sta portando Ediciones B a ristampare anche i suoi romanzi precedenti.
Ma è forse Claudio Cerdán (Yecla, 1981) il vero asso della manica di questa brigata di nuovi classici. Perché ha dalla propria una versatilità che gli permette di sfornare splendidi hardboiled degni di Dashiel Hammett, come Cien años de perdón o Un mundo peor, entrambi del 2013, per poi virare verso lidi sconosciuti come il fanta-storico La revolución secreta (2014) o il recente survival horror Sangre fría (2015), dove pallottole, black humour e zombie si fondono senza soluzione di continuità, in una versione adrenalinica 100% iberica di Joe Lansdale e Victor Gischler. Il futuro è dalla sua parte, insieme a un gruppetto agguerrito di autori nati negli anni Ottanta il cui sguardo è però lucido e segnato dalla crisi. In primis, e su tutti, Manuel Barea (Siviglia, 1989), che con Vertedero (2014) e Destierro (2016) si propone come voce autorevole di una generazione che non ha intenzione di farsi strada in punta di piedi, ma gridando a voce alta le proprie istanze e un malessere condiviso.

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A ruota, il noir che sfocia nel serial thriller: a volte più sboccato e fracassone, com’è il caso di Aléxis Ravelo (Las Palmas de Gran Canaria, 1971), anch’egli poliedrico nel tracciare un proprio percorso all’interno di generi opposti – passa da noir paradossali come il premio Hammett La estrategia del pequinés (2013) o Las flores no sangran (2015) e si sublima in esperimenti fantastico-autoriali come La otra vida de Ned Blackbird (2016); in altre circostanze il genere è invece più intimista e legato all’ambiente, come accade con i romanzi La novela de Rebeca (2015) di Mikel Alvira (Pamplona, 1969) o Puerto escondido (sempre 2015) di María Oruña (Vigo, 1977). Casi editoriali in crescendo, che si legano alle tradizioni delle regioni in cui sono ambientati e creano scenari spettacolari dove sangue e paesaggio sono sempre più strettamente correlati. È il caso anche di Susana Rodríguez Lezaun (Pamplona, 1967) con Sin retorno (2015), della catalana Ana María Villalonga con La mujer de gris (2015) o della coppia composta da Vicente Garrido (Valencia, 1958) e Nieves Abarca (La Coruña, 1968), che con Los muertos viajan deprisa (2016) giungono alla quarta avventura della spericolata ispettrice Valentina Negro, coadiuvata dal criminologo Javier Sanjuán.
Un discorso a parte merita il filone del thriller d’inchiesta che ha in due scrittrici, la vice-direttrice del quotidiano “El País” Berna González-Harbour (Santander, 1965) e l’attivista Maribel Medina (Pamplona, 1969), la propria summa poetica. Lo sguardo indagatore dello scrittore diventa la bussola per orientarsi nel bel mezzo della cronaca nera. Nascono così, da un lato, le inchieste della commissaria María Ruiz (Verano en rojo, del 2012, e Margen de error, del 2014), cui fa seguito un volume fuori serie, Los ciervos llegan sin avisar (2015). Dall’altro Medina si occupa di corruzione in ambienti sportivi (Sangre de barro, 2014) e farmaceutici (Sangre intocable, 2015), dando vita a noir che, come le colonna di un quotidiano, spiegano i retroscena della criminalità d’alto bordo.
Dello stesso piglio, la denuncia applicata alla finzione, sono El silencio del pantano (2015) di Juanjo Braulio (Valencia, 1972), Nuestra parte del trato (2015) di Antonio Manzanera (Murcia, 1974) e la serie ambientata a Castellón firmata da Julio César Cano (Capellades, 1965): Asesinato en la plaza de la farola (2011) e Mañana, si Dios y el diablo quieren (2015).
Berna Gonzalez HarbourNon ci sarebbero i professionisti senza gli anarchici. Gli outsider del noir, in questo caso, sono quegli autori che escono talmente tanto dagli schemi da rendere difficile una loro identificazione, figurarsi una catalogazione secondo i generi classici. Marcelo Luján (Buenos Aires, 1973) centra il bersaglio grande con Subsuelo (2015), un dramma familiare che si tinge di rosso e di senso di colpa, dove il crimine è soprattutto psicologico. Dalle parti di Hitchcock, con una voce così potente e ben definita da fargli vincere sia i premi specializzati che non. Come lui è argentino d’origine Carlos Salem (Buenos Aires, 1959), poeta rock n’roll e anima dannata dell’hardboiled, capace di scrivere farse nere dissacranti – dai titoli irresistibili come En el cielo no hay cerveza (2015) o Un jamón calibre 45 (2011) –, incubi urbani popolati di personaggi sopra le righe che piacerebbero ad Álex de la Iglesia. Più di loro è l’astro nascente David Llorente (Madrid, 1973), altrettanto irriverente nel maltrattare il genere e allargarlo a proprio piacimento. Con Te quiero porque me das de comer (2014) immagina il diario di un assassino in forma di romanzo; con Madrid:frontera (2016) si spinge anche oltre, creando realtà parallele e universi immaginari dove il mare lambisce le coste di Madrid e carrarmati sono pronti per la rivoluzione. Non inventa nulla invece Dani el Rojo (alias di Daniel Rojo Bonilla, Barcellona, 1962), che aiutato da Yolanda Foix ha cominciato con La venganza de Tiburón (2014) a mettere su carta le sue avventure di gangster. Giunto al terzo romanzo, Gran golpe en la pequeña Andorra (2015), sta trovando una propria voce letteraria, un modo come un altro per farsi perdonare dei colpi milionari che lo hanno davvero visto protagonista negli anni Ottanta e Novanta.
Un gradino più in basso, un esercito di scrittori in cerca di gloria. Un mare magnum che il successo del genere sta ingigantendo e moltiplicando. Tra i tanti, vale la pena segnalare quei nomi che si sono saputi far valere prima nel mondo del self publishing in digitale, come Enrique Laso (Badajoz, 1972) o Mario Escobar (Madrid, 1971), riuscendo poi ad approdare anche alla grande editoria. Ma il caso più eclatante, in questo senso, è quello dello psicologo Marc Chicot (Madrid, 1971), che con i suoi thriller storici, L’assassino di Pitagora (El asesinato de Pitagora, 2013) e Il teorema delle menti (La hermandad, 2015), è riuscito a varcare le soglie del suo paese per approdare in mezzo mondo.
Mikel AlviraNon vanno poi sottovalutati quegli editori che in tempi non sospetti si sono specializzati nel genere, dandogli impulso e iniettando energie fresche con uno scouting serrato e intelligente. È il caso di RBA, Alrevés, Maeva o Versátil, le cui collane noir sono ormai ben riconoscibili sugli scaffali per gli appassionati dei crimini cartacei. In parallelo, anche la proliferazione di festival letterari, alcuni di assoluto valore, come quelli che si celebrano a Valencia, a Pamplona o a Salamanca, che continuano la tradizione inaugurata decenni fa dalla storica e gloriosa “Semana Negra” di Gijón. Di rimando, le librerie specializzate festeggiano anniversari importanti, come la competente Burma di Madrid; anche se non sempre tutto va per il verso giusto quando istituzioni cittadine come la libreria Negra y Criminal di Barcellona, schiacciate dalle crisi, sono costrette a chiudere i battenti. In extremis, merita la menzione la trasmissione patrocinata dal terzo canale della radio nazionale (RNE), “Todos somos sospechosos”, che ogni settimana va a scovare autori noti e meno noti e a mappare un territorio così ricco che è impossibile da riprodurre nella sua – incredibile e vitale – totalità.

 

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