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La musica è tutto. Intervista a Lorenzo Silva

Lorenzo SilvaPresentati ai lettori italiani. Chi è Lorenzo Silva?

Caspita, la prima domanda non è per niente facile. Diciamo che sono un tipo che scrive da trentacinque anni e che, soprattutto, cerca storie e personaggi del tipo che potresti incontrare «nell’angolo scuro del salone» (prendendo un vecchio verso di una poesia di Gustavo Adolfo Bécquer). Quelle persone di cui non ci accorgiamo abbastanza, di cui ci dimentichiamo, che ignoriamo o alle quali, in un modo o nell’altro, smettiamo di rendere giustizia. Quando m’imbatto in una storia o in un personaggio del genere, non mi fermo finché non li ho convertiti in prosa.

Il tuo nuovo romanzo, Música para feos, racconta una storia d’amore. Ce ne vuoi parlare?

Volentieri, ma sempre a patto di non rivelare troppo della trama e di non esporre le mie intenzioni, perché le intenzioni di un autore sono secondarie rispetto al significato che ogni lettore desidera attribuire al testo.

Lo descriverei come un viaggio in quegli aspetti che trasformano l’esperienza amorosa, in special modo la sua funzione cicatrizzante di ferite del passato e il processo verso la conoscenza approfondita degli altri e di se stessi. È la storia di un regalo, di qualcosa di buono che ricevono due persone che ormai non se l’aspettano più.

Musica fea

In Música para feos la musica è, come dice il titolo, molto importante. Sono presenti canzoni cui due protagonisti ricorrono perché la loro storia d’amore fiorisca; e anche una playlist su Spotify. Come ti è venuta l’idea di usare la musica come fosse un personaggio?

Direi che più che un personaggio, nonostante arrivi a esserlo, svolge un’altra funzione, cruciale: è sulla musica che si poggia la struttura del libro, e non è tanto una struttura legata alla trama (per quanto una trama sia presente; e ho tentato di renderla ben omogenea) quanto emozionale. Le canzoni contrassegnano la sequenza delle emozioni che iniziano a vivere e poi a condividere i personaggi; e con il loro aiuto cerco di trasmettere questa sequenza al lettore.

Ho avuto la sensazione, leggendo il romanzo, che ti piacciano la musica italiana e, soprattutto, Franco Battiato. È vero? Ci sono altri cantanti italiani che ti hanno colpito?

Mi incanta la lingua italiana, la sua musicalità, e l'enorme vantaggio che offre nel momento in cui si compongono delle canzoni. Mi piacciono molto diverse canzoni e cantanti italiani, a partire dalle opere dei classici fino alla canzone napoletana (ogni volta che ascolto Cuore ‘ngrato mi viene la pelle d’oca). Per quanto riguarda la musica popolare, su tutti c’è Battiato, penso sia un genio assoluto, ma anche altri più vecchi, come Gino Paoli o Nicola di Bari, di cui mio padre cantava le canzoni quando era giovane (e anche quando non lo era più così tanto). E poi devo ringraziare Paolo Sorrentino che mi ha fatto scoprire Antonello Venditti grazie a La grande bellezza. Non lo conoscevo prima di decidere di includere una sua canzone nel romanzo.

A tratti Música para feos sembra un film. Come te lo immagini?

linea verticale La musica contrassegna la sequenza delle emozioni che iniziano a vivere i miei personaggi

La linea del meridiano

La verità è che io non penso mai alle mie storie filmate, per me sono semplicemente castelli di parole ed è proprio questo ad affascinarmi, che con qualcosa di così semplice come la parola si può raccontare tutto, o perlomeno tutto ciò che conta per davvero. Ma se qualcuno si offrisse per trarne una pellicola (ho già ricevuto due proposte, anche se per ora nulla di concreto), non mi dispiacerebbe per niente vederla. Preferisco, questo sì, guardarla come spettatore, e ciò che mi piacerebbe è che a girarla fosse un regista sensibile e competente. Tra gli spagnoli, ora come ora non mi viene in mente un nome migliore, per la sua delicatezza nel dirigere gli attori e farli brillare sullo schermo, di Manuel Martín Cuenca, che ha già adattato un altro mio romanzo, La flaqueza del bolchevique.

Nella tua carriera hai scritto romanzi di svariati generi, anche se in Italia sono stati tradotti soltanto i gialli che appartengono al ciclo di Bevilacqua e Chamorro. Quale tra i tuoi inediti ti piacerebbe di più veder pubblicato in italiano?

Be’, guarda, per cominciare non sarebbe male La flaqueza del bolchevique. Per quanto ne so io, è stata tradotta, diversi anni fa, dalla mia traduttrice italiana, Roberta Bovaia, che la consegnò all’editore che aveva acquisito i diritti (Longanesi, se non ricordo male); però non ha mai visto la luce. Non mi dispiacerebbe nemmeno che venisse pubblicata quest’ultima, perché è importante un certo posto lontano (non posso rivelare quale), nel quale ho avuto occasione di viaggiare per le ricerche preparatorie e dove ho potuto convivere anche con gli italiani che si trovano lì: le loro peripezie temo che, allo stesso modo che in Spagna per gli spagnoli, non siano molto conosciute in Italia. C’è anche un traduttore che sta lavorando da molti anni su quello che forse è il più strano dei miei romanzi, La sustancia interior, che sarei proprio curioso di leggere in italiano.

Lorenzo Silva

C’è un genere che preferisci come scrittore? E come lettore?

Mi piacciono alla stesso modo tutti quelli che ho praticato, e di fatto mi diverte parecchio alternarli, per poterli riscoprire dopo un po’ di tempo. Ugualmente, nei panni del lettore, apprezzo in particolar modo quelli in cui mi muovo come scrittore (altrimenti sarebbe un controsenso scriverli), ma anche i saggi di filosofia e le biografie scritte bene. A queste ultime, soprattutto se raggiungono il livello d’eccellenza dei libri di Reiner Stach su Kafka, mi appassiono come di fronte alla più bella e perturbante delle storie.

Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo romanzo?

Non mi piace parlare troppo di quello a cui sto lavorando. Posso solo dire che si tratta di un romanzo con protagonisti Bevilacqua e Chamorro e che, in questo caso, il cadavere appare a migliaia di chilometri dal loro ufficio.

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