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La poesia della carne. Intervista a César Pérez Gellida

César Pérez GellidaCom’è iniziata la tua carriera di scrittore?

A metà del 2011, quando ho cominciato a mettere nero su bianco una storia incentrata su un sociopata che stava prendendo forma nella mia testa tutte le notti.

Quando invece ti sei reso conto che questa sarebbe potuta diventare la tua nuova professione?

Quando mi sono accorto che scrivere mi rubava ogni volta più ore e si convertiva in una necessità rispetto a un semplice passatempo.

Il tuo primo romanzo, Memento mori, è un thriller che ha avuto successo in Spagna. Puoi parlarcene?

È l’embrione. L’ho scritto senza nessuna pretesa che fosse pubblicato, soltanto per riempire alcune ore di tempo libero di cui ho potuto disporre all’improvviso, insperatamente. Ho avuto molta fortuna nel momento di trovare una casa editrice e successivamente sono iniziate a germogliare le recensioni che hanno finito per spingere il romanzo fino a poter essere considerato un successo.

Memento mori è anche il primo capitolo di una trilogia intitolata Versos, canciones y trocitos de carne. Com’è nato questo progetto e quanto è stato difficile svilupparlo?

Si è intrecciato nel tempo, poco a poco, avanzando quanto più i personaggi riuscivano a guadagnarsi una propria anima. Il mio metodo di creazione letteraria non include un canovaccio a priori, motivo per cui procedo elaborando la trama passo dopo passo. Credo, oltretutto, di non essere capace di pensare a lungo termine. D’altra parte, così riesco a ottenere che ogni giorno sia diverso da quello che lo ha preceduto perché non so cosa accadrà nella trama del romanzo.

Est consummatumDopo questo primo romanzo, hai pubblicato Dies irae e Consummatum est. Visto il successo di Memento mori, nutrivi aspettative diverse?

Ci ho messo trenta mesi a scrivere l’intera trilogia, lavorando una media di dieci ore al giorno. Quando Memento mori è stato pubblicato, avevo già completato Dies irae e mi apprestavo a cominciare Consummatum est, per cui non ho fatto in tempo a poter far crescere alcuna aspettativa rispetto a quella di voler costruire una storia che interessasse ai lettori.

È cambiato qualcosa nel tuo metodo di lavoro?

No. A oggi continuo con lo stesso metodo, che consiste nel non seguire nessun metodo, soltanto scrivere e documentarmi in maniera approfondita su tutto ciò scrivo.

Come sei giunto a eleggere Trieste per l'ambientazione di Dies irae? Hai qualche legame particolare con l’Italia?

Trieste ha un significato molto speciale per me. Durante l’anno accademico 1997-98 ho preso parte a un Erasmus proprio lì e sono tornato con una laurea in Storia contemporanea e con una relazione con la persona che oggi è mia moglie, Olga. Quello fu uno dei migliori anni della mia vita e s’incastrava perfettamente con la trama, visto che è la città in cui James Joyce – autore che esercita una grande influenza su Augusto Ledesma, il sociopata – terminò Ulisse. Sono tornato a Trieste nel 2013 per rinfrescare alcuni dei ricordi che mi servivano per il romanzo e mi sono sentito come a casa. Un giorno sarei felicissimo di poter presentare lì la trilogia.

linea verticale Mi sono accorto che scrivere mi rubava ogni volta più ore e si convertiva in una necessità

Quello che mi ha colpito, nella trilogia, è che si sente quanto ti diverti quando scrivi. E soprattutto quanto ti diverti a giocare con i tuoi personaggi, quasi fossero pezzi della scacchiera. È così? Quanto di te c’è in loro?

Ciascuno di noi scrittori apporta una pezzo del proprio dna nei suoi personaggi e, a loro volta, questi ultimi diventano parte dello scrittore. Vivono di vita propria però io cerco sempre di tenere in mano le redini. E sì, certo, se non mi divertissi picchiando sui tasti non scriverei, perché questa è una professione ben poco raccomandabile.

Molte recensioni hanno paragonato la tua trilogia a quella di Stieg Larsson. Io ci vedo soprattutto qualcosa di Bret Easton Ellis, per esempio nell’attenzione minuziosa a tutti i dettagli. Sei d’accordo? Quali sono, se ne hai, i tuoi riferimenti letterari?

Le etichette vengono imposte dalle case editrici, prima ancora che dai lettori. Io non credo che la mia trilogia abbia molti punti in comune con Larsson; e di Ellis non posso dire nulla perché non ho letto niente di suo. I miei autori di punta sono, tra i tanti, Juan Gómez-Jurado, Lorenzo Silva, Arturo Pérez-Reverte, Carlos Ruiz Zafón e Jo Nesbø. Ma non saprei dirti quale o quali si sentano come influenza nel mio stile.

César Pérez GellidaSuccessivamente alla trilogia hai pubblicato Khimera, un’opera molto diversa. Per te è un grande cambio. Che tipo di romanzo è?

È un thriller ambientato nel futuro con una trama molto complessa e profonda, molta azione e un messaggio molto chiaro.

Com’è stato passare da un genere come il thriller a uno così differente qual è il fantastico?

Khimera ha gli stessi ingredienti che ho utilizzato nella trilogia, ma ho cambiato l’indagine poliziesca con quella tecnologica. Khimera mi è costata quindici mesi e quando ho finito ero davvero sfiancato. Ma come romanzo suppone un salto di qualità molto importante per la mia formazione di scrittore.

Che tipo di accoglienza ha ricevuto?

Ha ricevuto critiche eccellenti, sia quelle del pubblico che quelle della stampa specializzata; e vendite molto buone. Il giorno della pubblicazione, #khimera è stato un trend topic mondiale in Twitter e le aspettative in libreria erano molto alte. Oggi posso dire che Khimera sarà un romanzo dalla vita molto lunga, quasi immortale.

Se sei già al lavoro su un nuovo progetto, puoi anticiparci qualcosa?

Sto lavorando a una serie di romanzi che hanno come protagonista Ramiro Sancho, uno dei personaggi principali della trilogia precedente. L’idea è che siano tutti autoconclusivi, ma uniti da un filo narrativo comune che si concluda agganciandosi con Khimera. La prima s’intitola Sarna con gusto e sarà pubblicata a marzo del 2016. In questi giorni sto lavorando all’ultima parte della seconda e pensando al contenuto della terza.

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Memento mori   Dies irae  Consummatum est  Khimera

 

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