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Narrare il presente. Intervista a Marta Caparrós

Marta CaparrósPresentati ai lettori di Cuéntame. Chi è Marta Caparrós?

Mi chiamo Marta e sono nata a Madrid nel 1981. Sono laureata in Comunicazione audiovisiva e in Teoria della letteratura presso l’Università Complutense; e ho anche conseguito un master in giornalismo. Lavoro come redattrice web per l’Università autonoma di Madrid e come critico per la rivista settimanale “Ahora”. Ho appena pubblicato il mio primo libro, che ha come titolo Filtraciones, per l’editore Caballo de Troya.

Com’è nato Filtraciones?

Filtraciones è nato in un momento in cui provavo una forte frustrazione nei confronti del racconto breve. Ero riuscita a completare un paio di racconti, ma non riuscivo a trovare la mia voce nella forma breve. Decisi che, per superare quel blocco, avrei tentato la sorte con dei brani più lunghi, che mi permettessero di lavorare sullo sviluppo psicologico dei personaggi.

Per quanto riguarda invece i temi, era da tempo che soppesavo l’idea di affrontare le conseguenze della crisi per quelli della mia generazione. Era un argomento, però, che mi provocava anche parecchia insicurezza e mi spingeva a muovermi con cautela, visto che in quel periodo (sul finire del 2012) la letteratura della crisi cominciava già a essere considerata una moda; e il pubblico iniziava a stancarsi. Chiesi consiglio al mio amico Juan Gómez Bárcena, che aveva debuttato da poco con una raccolta di racconti storici (Los que duermen, pubblicato da Salto de Página). La sua scelta stilistica era molto diversa da quello che io mi proponevo, però Juan mi ha incoraggiata: se quello era un argomento che mi interessava allora avrei dovuto prendere come ispirazione il precariato lavorativo, visto che gli scrittori alla fine possono scrivere soltanto di temi che li ossessionano.

InfiltrazioniE come sei arrivata a Elvira Navarro e a Caballo di Troya?

Quando stavo completando la stesura definitiva del manoscritto, per pura coincidenza vinsi un premio nella scuola di scrittura di Madrid. Il premio consisteva in un corso gratuito con uno dei professori della scuola e io decisi di iscrivermi a quello tenuto da Elvira Navarro, una scrittrice che ammiro profondamente. Mi sono resa conto che in quel momento Elvira svolgeva anche il ruolo di editor per Caballo de Troya, un editore piccolo ma di grande prestigio che seguivo con stima da molto. Un giorno, alla fine della lezione, pensai che avrei potuto consegnare il manoscritto del mio libro a Elvira, però si presentò un’occasione ancora più interessante. Caballo de Troya avrebbe partecipato al workshop “Quattro editori in cerca d’autore” in occasione del Festival EÑE, in cui autori esordienti avrebbero potuto inviare i propri manoscritti e, qualora fossero stati selezionati, avrebbero avuto la possibilità di presentare il proprio lavoro a due professionisti del settore. Ho mandato il mio libro e ho avuto la grandissima fortuna che fosse prescelto. A novembre del 2014 incontrai Elvira in quel seminario. Aveva letto trenta pagine del mio libro e acconsentì ad andare avanti con la lettura.

I tuoi racconti parlano di precariato economico e sentimentale. Cosa comporta, per uno scrittore, riflettere su un presente tanto difficile?

linea verticale Il precariato economico non era qualcosa di astratto, ma ben presente anche nella mia vita

Trattare temi così vicini e attuali presenta, secondo me, grandi vantaggi e altrettanti problemi. Non ho fatto grandi ragionamenti per scegliere il tema, piuttosto è stata una scelta molto naturale. Il precariato economico non era qualcosa di astratto, ma ben presente anche nella mia vita, una realtà su cui io potevo sfoggiare una nutrita manciata di esperienze, riflessioni e sentimenti, da poter modellare in situazioni e personaggi fittizi. Avevo la sensazione che tutta questa esperienza di vita potesse arricchire enormemente la mia scrittura. Per di più, c’era il vantaggio di poter raggiungere la vera autenticità, insieme alla complicità dei lettori, che senza dubbio si sarebbero sentiti chiamati in causa da vicende così comuni. Ma sono grandi anche le difficoltà dovute all’ispirarsi a un presente tanto recente. L’ostacolo principale è la mancanza di prospettiva, visto che non possiamo vantare un distacco sufficiente per valutare ciò che ci sta accadendo. L’altro grande scoglio è la saturazione d’informazioni cui sono sottoposti i lettori, che a sua volta produce un logorio linguistico nei confronti di parole come disoccupazione, crisi, tagli, precariato, tanto usate dai mass media da rischiare di diventare luoghi comuni svuotati del proprio significato se utilizzati nella finzione narrativa. Però credevo fermamente che la questione della crisi potesse essere affrontata da un punto di vista letterario, soprattutto a livello emotivo.

Marta CaparrósFiltraciones è composto da quattro racconti lunghi. Come li hai scelti e perché hai deciso di includere nel libro proprio questi quattro?

Tutti i racconti sono stati pensati con l’idea di costituire un libro. Non si trattava di novelle che avevo già scritto e che ho deciso dopo di mettere insieme. L’elemento della crisi, che è il fattore che li unisce, agisce come una scenografia sullo sfondo. Su questo manto si disegnano trame intimiste che affrontano problemi personali relazionati ai legami (di coppia, tra fratelli, amici o tra padri e figli). Penso che affrontare la crisi attraverso la forma del racconto o della novella abbia un grande vantaggio: l’effetto corale che si produce. Il precariato lavorativo è un problema collettivo, motivo per cui è molto interessante presentarlo attraverso diversi frammenti, con personaggi differenti. Un buon esempio, a riguardo, è Los besos en el pan di Almudena Grandes, che nonostante sia un romanzo utilizza a sua volta la forma corale per parlare di un conflitto plurale. L’altro vantaggio della collezione di racconti è che ti permette di raggiungere in un unico libro le sfumature e prospettive necessarie. Se in un racconto ti sbilanci verso un punto di vista, lo puoi equilibrare in un altro nel quale ipotizzi un’opzione differente. I racconti, in un certo senso, si parlano tra di loro e costruiscono tunnel che li uniscono.

Di questi racconti, due si occupano di giovani che sono costretti ad abbandonare il proprio paese in cerca di fortuna all’estero. Un fenomeno molto comune, oggi, in tutta Europa. C’è qualcosa di autobiografico? Hai dovuto documentarti?

Marta CaparrósL’emigrazione si è convertita in uno scenario mentale molto comune tra i giovani di molti stati, tra i quali anche la Spagna. Nel mio caso non sono stata costretta a lasciare il mio paese, però è una possibilità che è sempre dietro l’angolo, visto che il nostro futuro lavorativo si prospetta davvero difficile. Per quanto non possedessi un’esperienza diretta, ho molti amici e conoscenti stranieri che hanno trovato a Madrid un posto che ha offerto loro asilo. Questo secondo caso mi sembrava particolarmente affascinante, perché non ho conosciuto nessuno che ami tanto la Spagna come gli stranieri che risiedono qui e con cui ho avuto modo di entrare in contatto. Qualcuno di loro è riuscito a rimanere, ma altri si vedono di fronte all’obbligo di traslocare di nuovo, visto che le loro opzioni lavorative si sono complicate. Ho scelto di raccontare due storie d’emigrazione: quella di un francese che vive a Madrid e quella di alcuni spagnoli che si spostano a Berlino. Per la prima, ho scelto Marsiglia, città da cui se ne va il protagonista, dato che ho studiato un anno a Aix-en-Provence, che si trova lì vicino. Pertanto conoscevo la città personalmente e, per di più, ne sono stata conquistata: dalla sua forte personalità e dai suoi contrasti. Anche in questa storia, tra l’altro, che si chiama Filtraciones e dalla quale il libro prende il titolo, ci si approccia al tema delle emigrazioni del passato, considerando che il padre del protagonista è uno spagnolo che a propria volta ha dovuto spostarsi in Francia durante gli anni Cinquanta. Mi interessava moltissimo includere anche questo aspetto, così da poter imparentare i flussi presenti con quelli che paesi come Spagna o Italia vissero in passato.
Per quanto riguarda la storia che si svolge a Berlino, mi sembrava uno scenario abbastanza tipico, ma molto interessante e paradigmatico. Berlino è qualcosa come una terra promessa agli occhi di molti giovani europei, un posto pieno di vita e dove il prezzo delle case è molto più accessibile. Ma d’altro canto si va producendo il paradosso per cui a Berlino ci sono sempre meno lavoro e opportunità, cosa che la sta trasformando in un paradiso perduto. Non ho mai vissuto lì, però di sicuro vi ho trascorso lunghe vacanze che mi hanno aiutato a rendere verosimile il racconto. Inoltre ho molti amici giornalisti che vivono lì e che mi hanno dato una mano con vari dettagli.

Marta CaparrósSi è parlato molto del movimento 15-M, ma la verità è che non se ne è scritto abbastanza, soprattutto in forma narrativa. Secondo te c’è un rischio che la società provi a cancellare la memoria storica e politica? E, se così fosse, che cosa può fare la letteratura per evitarlo?

A mio parere non credo che ci sia una precisa volontà di cancellare la memoria per quanto riguarda una questione come quella del 15-M. Forse il tema non è stato trattato in forma di finzione perché non è trascorso sufficiente tempo. Bisogna anche considerare che la narrativa non è solita trattare direttamente certe realtà, come fa invece il giornalismo, perché altrimenti cadrebbe nella semplice imitazione dei fatti. Un altro elemento che influisce, dal mio punto di vista, è che si tratta di un tema molto ambiguo e in qualche modo "pericoloso" per uno scrittore, visto che si presta a molti luoghi comuni e a una lettura compiacente. Viviamo tempi nei quali la preoccupazione sociale e la ri-politicizzazione sono tanto in voga che, al contrario di quanto possa sembrare, una questione come il 15-M non risulta sovversiva, ma addirittura politicamente corretta. Inoltre è molto facile cadere nel trionfalismo. Io ho approcciato il tema avendo presenti tutti questi rischi e ho deciso, da un lato, di non mostrare il movimento direttamente, piuttosto uno scenario post 15-M; e dall’altro lato di evitare la magniloquenza e sottolineare alcune contraddizioni di quegli eventi. Si critica molto, per esempio, che si tratta di una scusa con cui i giovani indignados reclamano soltanto un ritorno al vecchio stato delle cose, mossi dalla perdita del nostro status; e credo che ci sia qualcosa di vero. Vedo molte persone intorno a me che desiderano soltanto tornare ad avere una casa di proprietà, una macchina, un secondo appartamento... e che non va più in là, non crede che sia necessario un cambio radicale delle nostre aspettative di vita, puramente consumiste, e del nostro modo di produrre e fruire.
In ogni caso penso che il 15-M sia un tema interessante, che comincerà a comparire nei prossimi romanzi, ne sono sicura, e che è molto positivo che sia così. Ci sono persone che pensano che la politica dovrebbe essere totalmente sradicata dalla finzione, dato che ne sminuisce l’aspetto artistico. Secondo me non dovrebbero esistere linee di demarcazione.

Abbiamo rivolto di nuovo lo sguardo verso quanto ci circonda, perché il nostro presente ora è ricco di conflitti linea verticale

FiltracionesHo l’impressione che, forse proprio grazie alle difficoltà dovute alla crisi, la narrativa spagnola – e soprattutto quella che state facendo voi giovani scrittori – stia vivendo un ottimo momento. C’è qualche collega che ti ha influenzata? Ti sembra che le vostre voci possano entrare in sintonia e formare qualcosa di simile a un movimento letterario?

I concetti di generazione o movimento letterario sono complicati, e credo che le proposte stilistiche e tematiche della narrativa attuale sono così tanto variegate che è molto difficile raggrupparle. Certo, ammiro moltissimo il lavoro di alcune persone della mia generazione con cui mi sento in sintonia, anche quando scriviamo da posizioni diverse. Potrei citare José González, Noelia Pena, Juan Gómez Bárcena, Mireya Hernández, Ben Clark, Elena Medel, Gabriela Ybarra, Roberto de Paz, Jordi Nopca, Cristina Morales o Aixa de la Cruz.
In quanto all’influenza positiva dell’attuale crisi economica sulla scrittura, non credo che sia determinante, visto che in realtà la letteratura è sempre in crisi: credo che anche gli scrittori nati negli anni Settanta e che cominciarono a pubblicare un po’ prima di noi si siano trovati di fronte a un panorama ugualmente complicato. Quello che sì penso è che la crisi sia riuscita ad avere un’influenza positiva sulla nostra immaginazione e sulla nostra creatività, soprattutto di quegli scrittori, come me, che si muovono in un’ottica più realista. Sembrava che la narrativa spagnola avesse una certa difficoltà a parlare di quanto le è più immediatamente vicino, che i nostri referenti fossero solo autori stranieri e che le nostre città e la nostra quotidianità ci risultassero poco affascinanti o letterarie. La crisi può aver favorito il fatto che abbiamo diretto di nuovo lo sguardo verso quanto ci circonda, perché il nostro presente ora è ricco di conflitti e, in un certo senso, di epica.

Come immagini nei prossimi anni la tua traiettoria narrativa? Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?

Sono una persona piuttosto scaramantica, per cui non sono solita parlare dei progetti che non siano ancora in fase finale. Mi piacerebbe continuare a raccontare cose, speriamo di poterlo fare.

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