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Le mie donne forti. Intervista a Elena Moya

Elena MoyaPresentati ai lettori di Cuéntame. Chi è Elena Moya?

Una donna catalana, lesbica e filorepubblicana che è emigrata dalla Spagna da più di vent’anni per potersi cucire addosso un futuro, libero, visto che in Spagna era (allora) impossibile: perché ero donna, perché non avevo raccomandazioni, perché ero giornalista e non serve che aggiunga quanto abbia influito l’essere omosessuale. Venti anni dopo ho ottenuto più di quanto avessi mai sognato, ma ancora mi fa male non aver potuto essere accettata dal mio paese. Per fortuna, i miei libri vanno molto bene e ricevo soltanto elogi, oltre a un grande numero di e-mail che confermano che la ragione è dalla mia parte.

Questo mi aiuta a togliermi quel sassolino dalla scarpa che mi tormenta da quando me ne sono andata: a ventisette anni, negli Stati Uniti, grazie a una borsa di studio Fulbright, un master unico nel suo genere, in giornalismo finanziario, un ottimo curriculum accademico e stage estivi con i migliori media. L’unica cosa che mi chiedevano quando cercavo lavoro in Spagna era: «Tu chi sei?». In Inghilterra e negli USA, che sono altrettanto imperfetti, non me l’hanno mai domandato: ho sempre avuto un’opportunità. Ancora più triste è che, come me, ci sono molti spagnoli in giro per il mondo... e poi ci domandiamo cosa non funzioni nel nostro paese.

Lavori come giornalista a Londra. Com’è cominciata a tua seconda vita professionale, quella di scrittrice?

Candidata VKIn realtà non più. Ho lasciato il giornalismo da quattro anni perché la professione cade a pezzi. Prima, i mezzi di comunicazione erano il canale che governo e imprese dovevano utilizzare per arrivare agli elettori e ai consumatori; mentre ora lo fanno attraverso internet, quindi si è esaurito il loro modello di business, motivo per cui non c’è futuro per il settore. Sono arrivata a pensare che i giornalisti e le società di comunicazione abbiano perso la guerra: i governi, le banche e le grandi aziende hanno accumulato tanto potere e ora hanno dalla loro sia i migliori uffici legali che gli esperti di marketing per convogliare i loro messaggi. L’indipendenza, pertanto, ha un prezzo sempre più alto. La stampa è piena di opinioni e povera di fatti; e io proprio di quello volevo occuparmi in modo professionale, dei fatti. Ora scrivo comunicati finanziari, un mestiere più tranquillo, anche economicamente, e mi offre l’opportunità di scrivere romanzi.

Cominciamo dall’ultimo, La candidata. Chi è Victoria Kent e come sei venuta a conoscenza della sua storia?

Victoria Kent è stata la prima donna in Spagna a rivestire un incarico di governo. Era lesbica, avvocatessa e molto moderna: per questo motivo Azaña se la tolse dai piedi quanto prima, come fanno molti uomini con le donne intelligenti di cui, alla fine, hanno più che altro paura. Il libro è un parallelismo tra i problemi che ha Isabel San Martín, la prima donna che si è presentata come candidata alla presidenza del governo spagnolo, e Victoria Kent: le due hanno lottato più o meno contro gli stessi identici problemi. Questo è il mio modo per dire che nel nostro paese le donne continuano a essere escluse dal potere, e ciò ha conseguenze nefaste per tutti, visto che ci troviamo di fronte a governi, uomini politici e dirigenti peggiori. È una situazione che bisogna cambiare con urgenza.

linea verticale I miei romanzi alzano la voce di fronte ai giganteschi problemi che dobbiamo risolvere quanto prima in Spagna

Ho scoperto Victoria Kent mentre scrivevo La maestra, che è ambientata in parte nella Residencia de Señoritas, la versione femminile della Residencia de Estudiantes di Madrid. Lei vi ha vissuto per alcuni anni insieme ad altre grandi donne dell’epoca, come María de Maeztu o María Lejárraga. Victoria Kent era già comparsa in La maestra, ma ne La candidata si è meritata un protagonismo maggiore.

Quante ricerche sono necessarie per i tuoi romanzi storici?

Moltissime! I miei romanzi sono di finzione, ma in gran parte basati sulla realtà. Ho trascorso un’intera settimana all’Università di Yale, negli USA, facendo ricerche nell’archivio (impressionante) di Victoria Kent, che si trovava lì per volontà della sua ex compagna, Louise Crane, una multimiliardaria americana con cui ha avuto una relazione durata oltre vent’anni. Le due pubblicavano “Ibérica”, una rivista diretta agli spagnoli esiliati dal franchismo sparsi in tutto il mondo. Victoria Kent non ha mai smesso di lottare contro Franco – quando avrebbe potuto vivere nel lusso dell’appartamento che condivideva con Louise nella Quinta Strada di New York, un appartamento con vista su Central Park – e si è sempre dedicata alla rivista e alla sua guerra per abbattere la dittatura.

Elena MoyaQual è il tuo metodo di lavoro?

Di solito trascorro un anno leggendo e facendo ricerche d’archivio, e parlando con persone (vado ovunque pur di trovarle); poi un altro anno, o poco meno, scrivendo e rileggendo.

Hai pubblicato il tuo primo romanzo in inglese e soltanto in seguito è stato tradotto in spagnolo. Puoi dirci come è nato Los olivos de Belchite?

Scelsi l’inglese perché stavo frequentando un corso di scrittura creativa presso l’Università di Londra e completavo un capitolo per volta, per condividerli durante le lezioni. Non avrei mai pensato di finire il romanzo e ancora meno che me lo pubblicassero. Invece è andata proprio così!
Los olivos de Belchite è nato dalla necessità vitale di esprimere un sentimento che mi girava per la testa da quando me ne sono andata dalla Spagna, nel 1994: perché il mio paese è diverso? Perché ovunque all’estero chiunque sembra più libero e con maggiori opportunità? Perché nessuno in Spagna è capace di creare un dialogo? Perché il livello della nostra politica è così basso? Perché le nostre leggi non hanno senso? Perché siamo così poveri? Perché le cose non funzionano? Alla fine ho compreso che è perché siamo in ritardo di quattro secoli rispetto all’Europa: la chiesa cattolica ha bloccato il nostro progresso. Mentre altri paesi si basavano sulla scienza e sulla tecnologia, noi siamo rimasti agli inquisitori che condannavano gli scienziati al rogo. Questo modo di fare è stato esacerbato dal franchismo, che non solo ci ha privati di quarant’anni, ma che ci ha addirittura fatti arretrare, cancellando tutti i progressi della Repubblica.
Los olivos de Belchite è il mio modo per affermare che in Spagna non abbiamo ancora superato la Guerra Civil e le conseguenze della dittatura: ci resta ancora molta strada da fare. Il sessismo e il vuoto di donne al potere ne sono uno degli esempi più lampanti.

La candidataLa maestra, il tuo primo romanzo, è stato pubblicato anche in Italia. Puoi parlarcene?

La maestra si pone sulla scia de Los olivos de Belchite, nel tentativo di spiegare perché le cose sono diverse (in peggio) in Spagna. Ma stavolta attraverso un punto di vista che mi interessa molto: l’educazione. Per spiegarlo meglio, ho paragonato una scuola del mio paese, Morella, a Castellón, con Eton, la scuola privata forse più elitaria al mondo, poco fuori dai sobborghi di Londra. Il paragone mi è servito per presentare il progetto scolastico repubblicano, che era incredibile e moderno. Peccato che Franco la abbia cancellato completamente. Oggi saremmo un paese molto più libero, pluralista e ricco, se solo quel modello fosse rimasto in attività. È un peccato.

I tuoi romanzi hanno un tema comune: la forza delle donne che hanno lottato in periodi storici difficili. Quanto, da quei tempi, sono cambiate la Spagna e l’Europa per le donne? Credi che le storie che racconti possano aiutare i lettori a rendersi conto dei problemi delle donne del passato?

La maestraSpero che sia così. In fondo, ciò che desidero è fare qualcosa per migliorare il paese. Non faremo mai dei passi in avanti se non abbiamo coscienza del nostro passato – come diceva Einstein, occorre prima capire il problema e riuscirci è già quasi metà della soluzione. Bisogna mettere i puntini sulle i e sbandierare quello che non è più accettabile. Sembra semplice, invece non lo è. Per esempio, ci sono molti idioti che ripetono in giro che in Spagna non c’è maschilismo e che le donne godono di pari opportunità rispetto agli uomini.
Per quanto riguarda le donne, niente di personale… mi sono uscite così nei romanzi! Anche se, immagino, essendo io una donna finisco sempre per concentrarmi sulle eroine (ed era ora, visto che la letteratura e il cinema sfoggiano molti più eroi maschili che femminili). Ma non ho nulla contro gli uomini, ce ne sono a migliaia che non sono dei maschilisti o dei violenti.

Come scegli le tue storie? Credi che il romanzo storico aiuti a comprendere meglio il nostro presente e la crisi che stiamo vivendo?

Los olivos de BelchiteAssolutamente sì, come ho detto prima. Credo che l’arte sia sempre una forma di rivendicazione, almeno lo è per me. Se non mi bollisse qualcosa nel sangue, o se non sentissi una necessità forte di dire qualcosa, sicuramente non lo farei: altrimenti ne verrebbe fuori un messaggio noioso. I miei tre libri riflettono su argomenti molto specifici e alzano la voce di fronte a quei giganteschi problemi che dobbiamo risolvere quanto prima: chiudere con l’eredità della dittatura (Los olivos de Belchite), soprattutto per ciò che concerne l’educazione (La maestra) e perseguire una reale uguaglianza nelle opportunità per le donne (La candidata).

Stai già lavorando a qualcosa di nuovo?

Ci sto pensando su, sì. Sarà un altro tema per il quale bisogna battersi, per poter parlare di uguaglianza: i gay. Vediamo.

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