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Donne e rose. Intervista a Monika Zgustova

Monika ZgustovaDomanda uguale per tutti: chi è Monika Zgustova? Ti va di presentarti ai lettori di Cuéntame?

Ho scritto e pubblicato otto libri – romanzi, racconti, una biografia e un'opera di teatro – tradotti in una decina di lingue; da ciò si evince che provo a fare la scrittrice. Dico che ci provo perché la parola scrittore desta in me una grande deferenza. Sono giunta alla scrittura attraverso la traduzione: ho tradotto più di cinquanta libri dal ceco e dal russo allo spagnolo e al catalano, tra cui Milan Kundera, Jaroslav Hašek, Václav Havel, Bohumil Hrabal, Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Isaak Babel'. Mi piace anche coltivare la parte puramente razionale del cervello e lo faccio come opinionista nella testata spagnola "El País" e il settimanale americano "The Nation". Che altro? Sono nata a Praga, ho terminato gli studi negli Stati Uniti e vivo a Barcellona, tra un viaggio all'estero e l'altro.

Hai appena pubblicato il tuo nuovo romanzo, Les roses de Stalin, che narra la storia di Svetlana Allilúyeva, la figlia minore del dittatore russo, ricostruendone vita e pensieri in una biografia romanzata. Ci racconti come è maturato l'interesse per questa figura? E quali sono i propositi che ti hanno animato?

Vorrei precisare il genere del romanzo Les roses de Stalin. Poiché il libro non parla di tutta la vita di Svetlana, bensì si concentra sulla sua esistenza a partire dall'incontro con il suo compagno emotivo indiano, che le apre gli occhi su un'altra vita fino ad allora a lei sconosciuta facendo sì che la visione di Svetlana si trasformi, non direi che si tratti di una biografia romanzata. È un romanzo basato parzialmente sulla vita di una persona reale. Questo sì, c'è un grande rigore nel trattamento dei dati biografici. È un romanzo perché quello che mi interessava era esplorare la vita interiore – ed esteriore, naturalmente – di Svetlana. Scusa la meticolosità nel volere descrivere il genere: dev'essere una deformazione professionale!

A mio modo, nei miei romanzi cerco di non fare perdere la memoria di tante e tante vite private sepolte sotto la grande Storia con la maiuscola, quella storia che si compone di cifre, grafici e concetti, non di vissuto

Qualche anno fa lessi l'autobiografia di Svetlana e questa donna forte, ribelle e allo tesso tempo fragile, delicata, bisognosa di affetto mi affascinò. Il soggetto mi ha trovata, non viceversa. Non potevo sfuggirne, dovevo mettermi nella pelle di Setlana e rivivere con lei la seconda parte della sua vita, la ricerca della libertà. Mentre scrivevo un romanzo sulla figlia di Stalin mi ha affascinato la ricerca di una donna che per potere essere libera e vivere in un mondo che considera libero sacrifica tutto: i figli, gli amici e i parenti, la lingua materna, la città natale, la comodità di vivere in un luogo che le è familiare. Ho trovato molto interessante anche la sua decisione di andare in esilio: come si arriva a una decisione simile? Inoltre, i miei genitori furono esuli in fuga dalla Cecoslovacchia comunista circa sette anni dopo Svetlana, e partirono con i figli adolescenti – io e mio fratello – alla volta degli Stati Uniti, passando per l'India; chiesero asilo politico alla stessa ambasciata americana di Svetlana. Indubbiamente, anche questa coincidenza ha influito molto sulla mia decisione di scrivere Les roses de Stalin.

Che accoglienza ha ricevuto questo romanzo da parte dei lettori?

Sono molto felice di come è stato accolto dai lettori; dalle reazioni che mi sono arrivate credo abbiano colto perfettamente le mie intenzioni. Tanto l'interesse dei mezzi di comunicazione quanto quello dei lettori, in tutti gli ambiti linguistici in cui il romanzo è stato pubblicato, hanno superato ogni mia aspettativa, il che mi riempie di soddisfazione.

Monika Zgustova

La nit de Vàlia, invece, si basa sulla vita di una ex prigioniera politica, ingiustamente condannata a dieci anni di lavori forzati nei campi staliniani. Per scrivere questo romanzo hai intervistato alcune delle sopravvissute. Com'è stata questa esperienza? Che idea ti sei fatta di questi campi femminili, che si conoscono meno?

Intervistare diverse sopravvissute al gulag è stata una delle esperienze più importanti che ho vissuto; senza esagerare, potrei dire che il fatto di avere avuto l'opportunità di conversare con quelle donne mi ha cambiato la vita. Adesso sto preparando un libro con le testimonianze di queste donne. Includerà le deposizione di svariate prigioniere politiche che furono rinchiuse nel gulag, di una donna che nacque nel gulag in quanto figlia di una prigioniera, di una donna rinchiusa in un ospedale psichiatrico dell'URSS, della figlia dell'amante di Boris Pasternak, confinata con sua madre nel gulag.

La dona silenciosa racconta la storia di una giovane donna praghese di origini aristocratiche, la cui vita è irrimediabilmente segnata dai tragici eventi storici che hanno colpito la sua patria, la neonata Cecoslovacchia, nel corso del XX° secolo. Ho letto che consideri questo secolo un periodo chiave per capire la storia contemporanea, ci vuoi spiegare le ragioni?

La dona silenciosa è la storia privata di una famiglia che si sgretola tra i tumultuosi e tragici eventi del XX secolo; di fatto, è la storia della mia famiglia che si è frammentata dopo due guerre mondiali e varie ideologie schiavizzanti che hanno dato come frutto differenti totalitarismi e dittature.
La nostra contemporaneità è vincolata al XX° secolo perché sono rimaste molto questioni ancora da risolvere: in Spagna tuttavia non si conoscono molti fatti riguardanti la guerra civile e ci sono persone che non possono rintracciare i loro avi, morti in guerra, perché c'è una classe politica che lo impedisce. Mentre la Germania si è fatta un esame di coscienza in quanto colpevole della seconda guerra mondiale, nei paesi post-comunisti non è stato fatto niente di simile: i terribili massacri che sono stati perpetrati in molti paesi in seguito a questa guerra, e l'espulsione dei tedeschi da molti territori di frontiera, sono ancora da indagare; la Serbia non si sente colpevole per il genocidio che il suo nazionalismo sciovinista e grandiloquente causò più di vent'anni fa: tutti questi problemi irrisolti sono come spazzatura che è stata nascosta sotto il tappeto in una stanza e che continua a puzzare e provocare malessere. Se non si fa una pulizia profonda, i problemi si trascinano.

La nostra contemporaneità è vincolata al XX° secolo perché sono rimaste molto questioni ancora da risolvere: in Spagna tuttavia non si conoscono molti fatti riguardanti la guerra civile e ci sono persone che non possono rintracciare i loro avi, morti in guerra, perché c'è una classe politica che lo impedisce

Rispetto a La dona silenciosaJardí d'hivern copre un arco temporale più breve e si concentra sugli anni di dissidenza politica interna e sulla successiva Rivoluzione di velluto, con la transizione alla democrazia e l’apertura all’economia di mercato. Che metafora c'è dietro al giardino d'inverno?

Sì, il titolo del romanzo è chiaramente una metafora. L'inverno è il regime comunista, che potrebbe essere tranquillamente qualsiasi altro regime autoritario o totalitario, il fascismo o il nazismo; il concetto di giardino abbraccia l'idea di una resistenza contro quello che il regime impone, un tentativo disperato di obbedire alla voce della propria coscienza, per ricreare un piccolo paradiso privato lontano dalla freddezza e dalla violenza degli slogan. Un tentativo che si finisce per pagare caro.

L'esilio e la memoria sono due temi fondamentali nelle tue opere. Credi ci sia una generale mancanza di memoria storica nell'attualità?

A mio modo, nei miei romanzi cerco di non fare perdere la memoria di tante e tante vite private sepolte sotto la grande Storia con la maiuscola, quella storia che si compone di cifre, grafici e concetti, non di vissuto. Ci sono paesi che hanno provato a mettersi in pace con la coscienza e hanno cercato di recuperare la memoria collettiva della loro storia: la Germania ha fatto questo sforzo. La maggior parte dei paesi, europei ed extra-europei, non ha fatto il proprio dovere: non lo ha fatto la Russia, la Cina ancor meno. Siamo noi scrittori, registi cinematografici, pittori, musicisti e storici a toccare questi temi. Se non fosse stato per Solženicyn, l'ignoranza sul gulag sarebbe durata molto più a lungo. Gli americani ora trattano nelle opere narrative e cinematografiche il tema del loro razzismo contro gli afroamericani; spero che in seguito toccherà alle molteplici e terribili ingiustizie commesse contro gli indiani d'America, una questione finora sotterrata.

Monika Zgustova

I tuoi romanzi ritraggono storie d'amore che hanno per protagoniste donne più forti rispetto ai personaggi maschili, nonostante l'apparente fragilità. In un certo senso, hanno una maggiore capacità di reazione di fronte ai soprusi subìti. Ti consideri una scrittrice femminista? Trovo che nei tuoi testi ci siano moltissimi simboli legati agli archetipi femminili.

Senza propormelo, la mia opera si focalizza sulle donne, delle più svariate tipologie. La verità è che conosco meglio le donne degli uomini; il sesso opposto è sempre un mistero. Lo scrittore Edmund White disse che ritratte diverse tipologie di donne è il modo migliore – e l'unico – di fare femminismo. Ripeto: parlare delle donne mi è venuto spontaneo, non me lo sono mai prefissato.

Praga è un personaggio in più nelle tue storie, e la ritrai con dettagliate ed emotive descrizioni architettoniche. Che relazione hai con la tua città natale?

Quanto torno nel mio paese d'origine, quello che mi fa più piacere, oltre a incontrare qualche amico, è passeggiare per la meravigliosa Praga. Non mi stufo mai di vedere i suoi angoli, le sue piazzette e, soprattutto, di osservarla dall'alto, dal castello e dalla collina di Petřín. Sento Praga come una amalgama della grande arte europea: l'architettura italiana rinascimentale e barocca sono fortemente presenti a Praga, così come il modernismo viennese, la Sezesion. Mi affascina Praga, in quanto gioiello che condensa il meglio dell'Europa.

Sei catalana d'adozione. Qual è l'aspetto che più ti piace della cultura catalana?

Credo che non mi descriverei nei termini di un popolo; mi ha sedotto la città di Barcellona e in seguito ho adottato le due lingue che si parlano lì, lo spagnolo e il catalano. Nel momento in cui ho lasciato Praga, ho perso i punti di riferimento del mio paese; più tardi ne ho acquisiti di nuovi, inizialmente alcuni della cultura americana, il primo paese a offrire rifugio alla mia famiglia, poi quelli di alcuni paesi europei. Quando si va via dal proprio paese, si diventa stranieri ovunque: mi piace considerarmi una curiosa viaggiatrice del mondo. Anche la cultura di Barcellona la osservo un po' dall'esterno. Oltre alla città, mi piace la gente di Barcellona, la sua incredibile creatività in tutti gli ambiti della cultura e il suo modo di essere, a metà fra il serio e una sorridente flessibilità, con un tocco di spensieratezza.

Mi incuriosisce molto il tuo metodo di lavoro: le tre stesure dei tuoi libri, in ceco, in catalano e in castigliano. In quale lingua scrivi per primo? E le versioni successive, sono traduzioni o piuttosto riscritture? Che differenza c'è fra tradurre altri autori e tradurre te stessa?

Le bozze le scrivo nella mia lingua materna, il ceco: solo nella tua lingua madre hai gli automatismi necessari per scrivere senza pensare alla grammatica. In seguito, elaboro versioni, quella catalana e quella castigliana; non si tratta di traduzioni fedeli: la parola riscrittura o versione sarebbe la più adeguata. Tradurre un autore è rispettare l'originale con la massima fedeltà e una dose di creatività; traducendo se stessi, l'ordine si inverte: cerco la fedeltà ai concetti, alle idee, non a ciascuna parola.

Grazie, Monika, per averci concesso questa intervista. Spero che le tue eroine arrivino presto in Italia!

 

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