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Doppie coppie di Lorenzo Silva

Pubblichiamo in esclusiva un racconto inedito di uno dei più importanti scrittori spagnoli d'oggi.
Uscito nel 2010 sul giornale "
Interviú", è una storia cruda e molto nera con protagonista la sergente Chamorro, personaggio feticcio di Lorenzo Silva, in coppia con il brigadiere Bevilacqua.

 

InterrogatorioCapitolo 1

 

No, non si preoccupi, lo capisco perfettamente. Lei deve ricostruire ogni cosa, le servono dettagli precisi, per quanto le sembri palese la faccenda e per quanto sia categorica la mia confessione. Anche se le circostanze suggerissero altro, io potrei essere benissimo uno di quegli squilibrati che quando si accorgono di essere sfiorati da un crimine cercano di aggiudicarselo, spinti da una voglia matta di apparire in televisione o da chissà quale altra turba. Oppure potrei voler coprire la colpevolezza di un’altra persona che m’interessa proteggere, con un colpo di spugna. È chiaro che, quella certa persona, io non la devo proteggere… ma ci sono pur sempre i bambini. Sì, potrei starmene qui e prendermi la colpa, per salvare loro, visto che alla fine dei conti per me è tutto perduto. È un argomento valido, ve lo riconosco.

Per questo motivo è necessario che vi esponga con la massima precisione tutto ciò che è accaduto, che cosa è stato fatto, che cosa ho fatto io; come, dove e quando è avvenuta ogni cosa. Sono sicuro che, da qualche parte, avrete un microfono e che tutto quello che sto dicendo sarà conservato in una registrazione. Perciò vi racconterò tutto quanto d’un fiato, nel modo più completo possibile, senza nascondere niente: affinché possiate decidere se quello che sto dicendo corrisponde a verità, una verità comprovabile e concreta; e affinché poi lo possiate riferire ai vostri superiori, al giudice o al padreterno. Vi aiuterò. Sento di dovervelo.
Immagino che già conoscerete gli antecedenti del caso. O, quantomeno, quelli refertati sui documenti, o nei computer, che è dove presumo teniate l’archivio al giorno d’oggi; ed è da lì che avete reperito i dati una volta verificate le nostre identità. Non sapete però ciò che è successo prima: tutte le grida, tutti gli insulti, tutti i gesti sgarbati e tutte le minacce che lei lasciò correre prima di depositare una denuncia. Li fece di persona, sfruttando il momento in cui lei accompagnava o andava a prendere i bambini, o per telefono, con il minimo pretesto. Di alcune di queste violenze mi sono accorto, di molte altre temo di no. Allora è probabile che mi chiediate perché lei ha lasciato… perché io ho lasciato correre. Sì, guardo la televisione. Sì, ascolto quello che dicono gli annunci, la ministra e tutta la marmaglia di benpensanti che pensano di riformare la società. E anche lei li vedeva e li ascoltava. Ma sopportò una volta e un’altra ancora senza sporgere denuncia, perché non voleva fargli cadere addosso il bulldozer della legge e della giustizia, se poteva evitarlo. Mi diceva che era solo colpa del suo cattivo carattere, della sua poca testa, che già lo conosceva e che per quattro insulti o cinque scemenze non si sentiva in diritto di farlo a pezzi, perché avrebbero emesso contro di lui un’ingiunzione restrittiva, gli avrebbero reso difficile vedere i suoi figli e con un po’ di sfortuna anche di peggio. Il paese è molto piccolo, qui tutti ci conosciamo. Diceva che non voleva convertirlo in un appestato, solo perché era una lingua lunga. Come lo avrebbe giustificato, poi, di fronte ai suoi figli? E così proseguì, inghiottendo le sue spavalderie, i comportamenti sopra le righe e gli spropositi.
Una donna sospesaMa il tizio oltrepassò il limite. Il giorno che osò metterle una mano addosso, non c’era più possibilità di tornare indietro. Perché quello sì, avrebbe potuto spiegarlo ai suoi figli: avrebbero dovuto essere molto stupidi per non capire che una cosa del genere non la poteva consentire, né sua madre né nessun altro. E, naturalmente, io non avrei sorvolato, per quanto potesse supplicarmi. La portai di forza alla casermetta e al cafone gli toccò ciucciarsi la cella, sedersi di fronte al giudice e sorbirsi la prima condanna e l’ordine restrittivo che con tanti sacrifici lei stava evitandogli. Divenne una iena, non rinunciò a minacciarla già sul marciapiede del tribunale. Lo avvertii che si fermasse lì, che se già gli era caduta addosso della merda, peggio ancora era il carcere. Gli dissi di non comportarsi da stronzo, che non gliene avrei fatta passare una e che avvicinarsi a lei, rivolgerle la parola o mandarle un semplice sms, come già gli aveva spiegato la giudice, era un’infrazione dell’ordine, inosservanza di reato: passaporto per la prigione. Che non avremmo tralasciato di metterlo in atto, se solo ce ne avesse dato occasione. Ma il tizio era uno stronzo. A volte non si può evitare, ti tocca qualcuno così, e allora va tutto a fare in culo, fino al disastro. Continuò a chiamarla, a mandarle messaggi sul telefonino. Li abbiamo conservati tutti, gli abbiamo lasciato un poco di margine, ripetendo i nostri avvertimenti. Incluso sul suo stesso cellulare, perché ne rimanesse traccia. Il giorno che si piazzò nell’androne mi dissi, e glielo dissi in faccia, che la cosa finiva lì. C’era una mezza dozzina di testimoni. Tre si dimostrarono dei codardi, gli altri tre invece no. Fu così che lo mandammo, con tutto il dolore del nostro cuore, o chissà, forse non così tanto, ad assaggiare il carcere. Non poteva lamentarsi di non essere stato avvisato, o di non essersela cercata. Vi mentirei però se vi dicessi che quello mi lasciò soddisfatto. Quando lo condussero ammanettato al secondo processo, pronto per la prigione, ebbi la sensazione che avessimo scatenato qualcosa che non si sarebbe fermato. E guardando tutta quella messinscena, la pompa magna dei giudici sovraccarichi di lavoro, così come le guardie e i poliziotti, e mi dovete scusare se lo dico, vedendo l’ammucchiata di carta e di storie brutte contenute in quei processi, temevo che fossimo più indifesi e in pericolo rispetto a prima di mettere in moto la presunta macchina della giustizia.

graffa Il giorno che osò metterle una mano addosso, non c’era più possibilità di tornare indietro

Uscì dopo sei o sette mesi, non mi ricordo tanto bene. Buona condotta. Non so cosa gli prende ai figli di troia e ai fuori di testa, chissà cosa dei due era questo tizio, anche se secondo me entrambe le cose, che quando non stanno prendendosela con le loro vittime indifese, quando hanno qualcuno che gli mette i piedi in testa, si comportano sempre come angioletti. Non ci volle molto perché ci rendessimo conto che stava tornando un’altra volta al paese. I vostri uomini hanno fatto il loro dovere, non dico di no. Quello che potevano fare. Il sergente capo del posto andò a trovarlo e quant’altro. Gli disse che lo tenevano d’occhio. Che se avesse fatto un’altra sciocchezza del genere gli avrebbero appioppato molti anni. Che non si comportasse da testa di cazzo. Dopo, andò a raccontarlo a lei, nel dettaglio. Ma quello era tutto ciò che poteva fare, il sergente, e non era nemmeno la metà di ciò che occorreva per fermarlo. Malasorte e prenderselo nel culo. E noi ce lo prendemmo. Ci organizzammo affinché lei non fosse mai da sola, da nessuna parte. L’accompagnavo al lavoro. L’andavo a prendere. Per fortuna, il mio impiego mi concedeva una certa flessibilità d’orario e questo aiutava. Che andasse a fare la spesa o a vedere sua sorella, dal parrucchiere o a farsi fare la ceretta, mi portava con sé, come guardia del corpo.
Così stavano le cose e così riuscimmo a farle rimanere, fino a ieri. Qualche volta mi pareva di vederlo, ma non potrei dirvelo con certezza. Suppongo che se ne stesse in agguato ma che, rendendosi conto di non trovarsi in una situazione favorevole per colpire, abbia continuato a posticipare. Doveva essersi accorto, anche nella sua scarsa intelligenza, che come prima cosa avrebbe dovuto togliere me di mezzo, e che farlo gli avrebbe portato via il tempo che gli serviva per completare il lavoro: questo a patto che riuscisse a sbarazzarsi di me, il che era tutto da vedere. Come voi già sapete, però, ieri l’altro per un periodo di tempo non mi fu possibile continuare con il mio incarico di protezione. Lui venne a saperlo, ve l’ho detto, questo posto è piccolo, e secondo me non ci pensò su nemmeno troppo. Sapeva di dover agire prima di mezzogiorno, perché non poteva avere la certezza che non sarei tornato nel pomeriggio. Allora si piazzò lì. Quello che non so, è una cosa che dovranno dirvi i ragazzi, è come entrò. Non so se suonò alla porta, se approfittò di una distrazione, se li seguì, se li attese sul pianerottolo dell’appartamento al piano di sopra e, al sentire il rumore delle chiavi, si catapultò per infilarsi in casa. Per il poco tempo che sono riuscito a parlare con i ragazzi, non sono riusciti a spiegarmelo, perché erano sotto shock. Forse avrei dovuto, ma non sono riuscito a fermarmi a parlare con loro con più calma. Dopo che fu successo tutto quanto, per un po’ le mie azioni non hanno più obbedito alla mia volontà, ma come a una forza superiore. Non lo dico per giustificarmi, non preoccupatevi. In ogni istante sapevo cosa stesse accadendo e cosa stessi facendo. E volevo farlo.
La strategia dell'acquaVolle il destino che arrivassi troppo tardi, di appena cinque minuti. Se avessi finito di sistemare le carte cinque minuti prima, se ci fosse stato un po’ meno traffico, se avessi corso un po’ di più sulla superstrada… Ma non fu così e arrivai quando arrivai. Le tre e un quarto, mi pare. In tempo soltanto per trovarmi lì a cose fatte. Per udire le grida della piccola, per vedere come il ragazzo provasse invano di far male a suo padre; per accorgermi che lei era a terra, ormai mezzo dissanguata. Quello che vidi subito dopo furono gli occhi di lui.
Mi fissava, quel gran bastardo, mentre parava i colpi senza forza del figlio. La sua bocca forse no, però i suoi occhi sorridevano. Perché ci era riuscito e me l’aveva fatta: l’aveva fatta a tutti noi. Allora mi avvicinai e mi misi tra lui e il ragazzo. L’istinto di proteggere il piccolo, immagino. Lo allontanai come potei fino al salotto e gli chiesi di rimanere lì. Il padre era in cucina, appoggiato al piano di cottura, a neanche due metri dal corpo di lei. Mi piegai su mia moglie morta e qualcosa mi spinse a estrarre il coltello che ancora era lì, piantato nel petto, e a chiuderle gli occhi. Sì, lo so bene che non si dovrebbe fare. Lo so che non avrei dovuto toccare niente. Ma non era il mio cervello a decidere, quantomeno non quella parte capace di ammettere la necessità di seguire le vostre procedure. Per me, in quel momento, tutta la legge e la giustizia, che non avevano saputo proteggerla, non erano che merda. Con tutto il rispetto.
Dopo aver tolto il coltello, rimasi lì a fissare la lama macchiata di sangue, senza poterci credere. Senza poterci credere che fosse il suo. Quindi il tizio disse tre parole: «Ti ho fottuto».
Lo guardai per una frazione di secondo, mentre la pressione del sangue aumentava nelle vene fino a farmi scoppiare i muscoli. Il risultato fu che scattai come una balestra e gli conficcai il coltello tra le costole. Non se lo aspettava. Assorbì il colpo come un pupazzo. E come un pupazzo cadde a terra. Mi girai verso i ragazzi e gli dissi di chiamarvi, ché io avevo qualcosa da fare. E me ne andai.
Adesso, agente, è quando mi tocca raccontarle dell’altra faccenda. Anche se non spero che lo comprenda. Né serve che lo faccia.

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