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Online di Empar Fernández

Metro BarcelonaQuella di Empar Fernández è una delle voci più interessanti del nuovo noir spagnolo. Con il suo ultimo romanzo, La última llamada, la scrittrice di Barcellona si è confermata sia a livello di pubblico che di critica.
Online, racconto inedito che presentiamo in anteprima, è il suo primo testo tradotto in italiano.

 

Online

Il cadavere del ragazzo era rimasto incastrato, quasi nascosto del tutto, sotto il primo vagone; tardarono più di due ore per tirarlo fuori. Due ore interminabili durante le quali si poteva intravvedere a malapena uno dei suoi piedi, con indosso una scarpa appariscente di color arancione e oro. Lo stesso tempo che rimase bloccato il tratto finale della linea 1 – conosciuta anche come linea rossa, per via del colore che la identifica – tra le stazioni di Bellvitge e Santa Eulalia. In quell’intervallo una voce femminile informava i passeggeri che per un problema in una delle stazioni era necessario interrompere momentaneamente il servizio.

Al suo arrivo, il vice-ispettore Sotelo sorrise, come suo solito. Sarcastico di natura, Vicente Sotelo non riusciva ad abituarsi all’uso degli eufemismi. Un problema si riferiva allo stesso modo a una sospensione della corrente elettrica, a un’avaria di uno dei vagoni, a un omicidio o a ciò che cominciava a essere ricorrente, un suicidio. Un problema serviva per mascherare la disperazione di chi, messo alle corde, decide di mettere la parola fine alla propria vita, così come la negligenza di un impiegato della compagnia o un furto di rame in una delle stazioni della rete.
Sulla banchina di La Torrassa – direzione Bellvitge – rimasero soltanto gli agenti di Polizia, il giudice che doveva dare ordine per far portare via il cadavere e il conducente della metropolitana, che non riusciva a riprendersi.
I pochi viaggiatori che si trovavano nella stazione, in attesa di poter salire a bordo dei vagoni, avevano già rilasciato la propria testimonianza avevano ottenuto il permesso di andarsene. Alcuni lo avevano fatto subito, si erano dileguati appena qualche decimo di secondo dopo che la frenata li aveva avvisati della caduta del corpo sui binari. Avevano cominciato a correre per le scale, in alto, fino alla strada e si erano volatilizzati ancor prima che la motrice si fosse fermata del tutto e il grido di una ragazza si fosse spento tra le sue labbra.
Empar FernándezDopo aver superato l’attacco di panico successivo alla caduta e al seguente investimento del giovane, il conducente, Javier Redondo, 43 anni di età e dodici di servizio alle spalle, era entrato in uno stato di apparente catatonia, interrotto solo da alcuni singhiozzi soffocati e un lieve tentennamento, come per ridare posto ai pensieri e fargli prendere aria. Seduto su una delle panchine, in compagnia di un’agente che gli teneva una mano, come se l’uomo potesse staccarsi e cadere ai suoi piedi, ripeteva che aveva visto il ragazzo quando stava già precipitando sui binari.
«Io le giuro che se avessi potuto… io…»
Sotelo ordinò a un agente dalla faccia assonnata che verificasse se fossero presenti telecamere nella stazione e, in quel caso, che richiedesse immediatamente i filmati. Nel frattempo un conducente appena arrivato entrava nella cabina e si apprestava a spostare il convoglio a marcia indietro di qualche metro, di fronte all’assoluta impossibilità di recuperare il corpo, dopo aver constatato che il ragazzo era morto.
«Muoviti, García, muoviti. O tu sì che passerai un guaio», esortò Sotelo. diretto all’agente. E García si mosse. Cominciò a camminare di buon passo fino alla pensilina, in cerca del capostazione.
«Mireia, cosa abbiamo?»
L’agente dai capelli biondi corti, il nasino all’insù e gli occhi color melassa aprì il suo bloc notes e scosse il capo. C’era qualcosa di scoraggiante in quel gesto e Sotelo non ci mise molto ad accorgersene. Sbuffò.
«Poca roba, vice-ispettore. Poca roba.»
«Dimmi tu», provò ad animarla lui, incrociando le braccia e preparandosi ad ascoltarla. Se non si fosse trovato in un luogo pubblico si sarebbe acceso una sigaretta.
«Era molto tardi e non mancava nemmeno un’ora al termine del servizio. Non rimaneva molto gente sulle banchine. Né sull’uno, né sull’altro. E mi risulta che qualcuno è scappato via subito ed è scomparso.»
«Capito. Poca gente, quattro gatti. E?»
«Una donna che veniva dall’aver ripreso il figlio da casa dei nonni si trovava giusto all’altro estremo della banchina, quasi di spalle al ragazzo.»

graffa Non hanno visto niente. Nessuno di loro. Chi leggeva messaggi, chi li inviava, chi giocava con il cellulare

La última llamada«Già. Non ha visto niente, o sbaglio?»
«No, non sbaglia. Una ragazza che ripassava i suoi appunti su una panchina, stava raccogliendo le sue cose per avvicinarsi ai binari. Domani mattina ha l’esame di diritto civile. Si faceva i fatti suoi.»
«Non ha visto niente.»
Mireia annuì.
«Quasi niente. Il ragazzo ha gridato. Lei si trovava vicino e ha alzato la testa. Lo ha visto sparire tra i binari. Niente di più. C’era gente nei pressi, una o due persone, ma quando il ragazzo è caduto lei si è concentrata soltanto su di lui. Non ricorda altro.»
Vicente Sotelo sbuffò, visibilmente irritato.
«Restano ancora sei persone tra le banchine, quasi tutte giovani ragazze che tornavano dal lavoro o dall’università.»
«Ci sarà qualcuno che…» suggerì il vice-ispettore.
L’agente negò con un gesto che non lasciava spazio a dubbi.
«Non hanno visto niente. Nessuno di loro. Chi leggeva messaggi, chi li inviava, chi giocava con il cellulare. Non hanno visto niente.»
«Tutti a giochicchiare con il cellulare?»
«Tutti. Dal primo all’ultimo.»
«Porca puttana! Che lo provino, che portino tutti il cellulare al commissariato. Sicuro che c’è qualche traccia.» Sotelo liberò le braccia e scrollò il capo come un cervo che mugghia. Cominciò a muoversi a grandi falcate, le mani in tasca, verso García, che stava tornando dalla pensilina.
«Proprio ieri hanno fatto fuori la videocamera. Uno incappucciato, con occhiali da sole, che trasportava un paio di sci. È sceso per ultimo dal treno. È rimasto indietro e quando ormai non c’era più nessuno l’ha tempestata di colpi e l’ha fracassata.»
«Voglio vedere quel filmato, García. E voglio vederlo subito. Dovremo identificare quest’uomo.»
«Ce l’ho. Me l’hanno copiato in questo pendrive, però stando a quanto mi hanno detto le immagini non ci aiuteranno molto. L’uomo andava in giro a volto coperto e con occhiali da sole. Irriconoscibile.»
Un agente era appena saltato sui binari, per prendere lo zaino e il cellulare del giovane. Verificò i documenti e si avvicinò al vice-ispettore.
«Donovan Orellana, 17 anni, studente. Vive a Bellvitge.»
«Localizza la famiglia. Che ti accompagni uno psicologo. Ne avranno bisogno.»
L’agente si stava allontanando quando Sotelo ordinò: «Che analizzino il cellulare. Voglio sapere con chi ha parlato questo pomeriggio e che messaggi ha mandato. Chissà che non ci permetta di ipotizzare un suicidio».

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