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La nebbia di Susana Hernández

Montjuich noirSusana Hernández possiede una voce forte che trova nel noir la propria sublimazione. Autrice dell'apprezzato Contra las cuerdas, sta per tornare in libreria con un altro romanzo ricco di tensione e mistero.
Lo festeggiamo con un suo racconto inedito, il suo primo a essere tradotto in Italia.

 

La nebbia

Fu scandalosamente facile assassinarti. Mai avrei pensato che sarebbe stato tanto semplice.
Lo avevo immaginato in tanti modi differenti e nessuno, puoi credermi, si era avvicinato a quello che è accaduto, nemmeno per sogno.
Ti aspettai un paio d’ore, intirizzito dal freddo. La pistola mi bruciava nella cintura. Ero terrorizzato, furioso, acciecato dalla rabbia. Cominciavo a disperare quanto ti ho visto salire il pendio. All’inizio ho fatto fatica a riconoscerti, avvolto nella fitta nebbia. Per un momento arrivai a temere di aver sbagliato vittima.
Invece eri tu.

Camminavi spensierato come sempre, indossando quell’orribile cappotto fuori moda che insisti nel metterti, neanche fosse una prova del tuo stile bohèmien e trasandato. Il tuo cappotto mi rese tutto più facile. Il mondo non avrebbe perso granché con la tua morte. Un finto scrittore di meno, un plagiatore che vive bevendo gratis, usurpando i sogni altrui; e, questo è il colmo, un uomo dai gusti volgari che si dà arie da maledetto.
Susana HernándezImboccasti la direzione di Montjuich. La nebbia scendeva dalla cima del castello, guadagnando spanne e metri, impadronendosi del paesaggio fantasmagorico, irreale, quasi onirico che, bisogna dirlo, favoriva i miei piani, li proteggeva e faceva sì che la mia follia omicida diventasse stranamente simile alla trama di un film.
Seguii i tuoi passi zigzaganti a distanza di sicurezza. Il cuore mi pugnalava il respiro. Rabbrividivo e insieme sudavo.
La nebbia si faceva sempre più densa, infeltriva i sensi e sfumava il senno. Arrivato al palazzetto Albéniz, ti fermasti a fumare. Era impossibile distinguere il fumo della sigaretta nel manto impenetrabile di quella nebbia inquietante. A malapena si riusciva a percepirti, solo la falda del cappotto scossa dal vento me offriva qualche indizio sui tuoi movimenti. Mi nascosi in una macchia d'alberi, nei giardini. Immerso nella bruma, il palazzetto dall’elegante stile neoclassico disegnava un’immagine sognante. Quante volte avevamo fatto quello stesso percorso, parlando della storia di quel posto e delle sue leggende, o semplicemente commentando i miei progressi come aspirante scrittore. Per un istante quasi dimenticai il mio proposito e i motivi per cui ti facevo la posta tra gli alberi, disposto a uccidere colui che fino a poche ora prima consideravo mio maestro, amico e mentore.
Subito me lo ricordai e un’ondata d’odio mi scosse tutto il corpo.
Avevo avuto fiducia in te, Ramón, e mi avevi tradito. Ti sei approfittato della mia ingenuità e della mia buona fede. Mi hai riservato la peggior carognata che si può fare a uno scrittore: hai rubato il mio lavoro, frutto di tante notti insonni attaccato alla tastiera del computer, e la mia speranza di un futuro letterario.
Mi hai strappato via i sogni.

graffa La pistola mi bruciava nella cintura. Ero terrorizzato, furioso, acciecato dalla rabbia

Nutrivo la speranza che a un certo punto ti saresti voltato e che, vedendoti faccia a faccia, confrontandomi con i tuoi sporgenti occhi allegri da ubriaco impenitente, la mia determinazione si sarebbe annacquata. Non era niente altro che un desiderio, una supplica al destino. Ma niente, tu, imbecille e stupido sino alla fine, hai proseguito a farti i fatti tuoi, Ramón, fumando una sigaretta dopo l’altra, passeggiando per Montjuich ignaro di quanto io stessi soffrendo, fantasticando nella tua mente machiavellica a quali sfizi avresti riservato il denaro guadagnato con il romanzo di cui mi hai derubato e che il giorno dopo sarebbe stato premiato in uno di quei concorsi tanto celebrati dalla stampa che ti lasciano il conto corrente pieno come la pancia di Buddha.
Nonostante i pochi gradi di temperatura, il sangue mi ribolliva. Sei sceso in direzione del castello. Se la nebbia l’avesse permesso, avremmo goduto di una piacevole vista della città, con il porto in fondo. Purtroppo non si vedeva nulla, soltanto un contorno indistinto e tentennante che s’approssimava a passi disuguali, di sicuro frutto delle bevute mattutine. Finalmente ti ebbi a tiro. Guardai in tutte le direzioni. Non c’era nessuno a vista d’occhio. O fu ciò che credetti. La scena aveva un tocco poetico che non poteva passare inosservato. Giustiziarti lì, vicino al castello che aveva fatto le veci di prigione e che era stato testimone di celebri fucilazioni. Un posto perfetto. Né l’aguzzino e nemmeno la vittima si meritavano di meno. Sparai due volte e venni fuori correndo. Mi voltai e scorsi una protuberanza immobile, buttata a terra. Era già finito. Togliere la vita a un altro essere umano non dovrebbe essere tanto semplice. Mi sentivo quasi deluso.

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