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Polvere nera di Montero Glez

Polvere neraPoco conosciuto da noi, dove è stato pubblicato solo uno dei suoi tanti romanzi (da Salani: il giallo Quando la notte obbliga), Montero Glez è invece molto famoso in Spagna, autore di grande personalità che ha ricevuto il beneplacito tanto della critica, con numerosi riconoscimenti, che del pubblico. Con Pólvora negra, storia di anarchici catalani ambientata nei primi del Novecento, di cui presentiamo per la prima volta l'incipit tradotto in italiano, ha vinto nel 2008 il Premio Azorín de Novela.

 

Polvere nera

Alle otto e mezzo si fermò per regolare l’orologio da taschino. Aveva trascorso tutto il pomeriggio senza far riposare i piedi nemmeno un istante e si trascinava dietro il dolore di chi soffre di mal di fegato. Per il resto, il calore schiacciava Madrid e dalle fogne saliva un tanfo terribile, simile più che mai all’alito di un cane malato.

Con le narici tappate e una smorfia che gli attraversava la faccia, ripose l’orologio nel gilè e continuò a camminare verso il locale di Candelas: un posto di caffettini, soda e orzata che si trovava lì a portata di mano, appena svoltato l’angolo. Prima di entrare, e allo scopo di vedere se la cameriera bionda fosse arrivata, gettò un’occhiata dalla strada. Montero Glez riceve il Premio Azorín de NovelaInclinandosi al di sotto della tapparella, schiacciò il naso e la scorse in fondo. Era proprio lì, quella gran furbastra. Procedeva con il vassoio colmo e un’andatura pimpante. Quando si accorse di lui, ebbe un sussulto che per poco non le fece cadere tutte le orzate. Ma subito si ricompose, fece finta di niente e continuò a servire ai tavoli, come se il tenente Beltrán non esistesse, come se non le importasse essere trafitta da un paio d’occhi che erano uguali a due monete di piombo.
«Andiamo, biondina», le ordinò lui. «Devi accompagnarmi.»
Il tenente non si era cambiato dal giorno della bomba. Il nodo del farfallino continuava a essere una macchiolina rossa all’altezza dell’ombelico e il garofano una crosta di sangue che insudiciava il taschino. Dalla testa, nuda, spuntavano dei ciuffi di pelo rado, come germogli di una cattiva semina. Agli occhi di Chelo, il tenente Beltrán sfoggiava lo stesso aspetto di uno che fosse stato travolto da un treno in corsa.
«Adesso ho molto lavoro», esclamò lei stringendo le dita. «Tanto.»
Chelo non aveva mai visto un morto da vicino e, soltanto a pensarci, veniva travolta dalla stanchezza. Stando a quanto aveva sentito era accaduto il giorno prima, di pomeriggio, quando lo avevano trovato vicino a Torrejón, circondato da una nuvola di mosche. Esibiva un colpo di pistola all’altezza del capezzolo, gli occhi aperti e labbra dello stesso colore della carne congelata.
«Ho fin troppo da fare, gliel’ho già detto. Adesso ci si mette pure lei, come se non sapesse già tutto quanto.»

linea verticale Allungò invece la mano, alla stregua di un artiglio, stringendo la guancia di Chelo

Il tenente Beltrán affondò i pollici nelle tasche del gilè. Aveva le dita piene di anelli e la pistola agganciata alla cintura. Con la rabbia oscillante nel piombo dei suoi occhi, inchiodò lo sguardo sul grembiule di Chelo; sulla camicia dello stesso tessuto, che era d’obbligo portare per quel tipo di lavoro; sugli zoccoli alti che ne maggioravano la statura.
«E se gli altri lo hanno identificato, vediamo un po’ a cosa serve che vada anch’io?»
Ma il tenente Beltrán non rispose. Ora il suo sguardo passava in rassegna le bottiglie dietro il bancone. Distese i baffi, che si erano aggrovigliati alle basette. A quel punto, e per quanto provasse a far finta di niente, non poteva nascondere di star assaporato l’osceno sapore della sconfitta. Glielo si leggeva nelle pupille, affogate nel piombo degli occhi. Glielo si leggeva anche nei movimenti con cui si avvicinò al bancone e afferrò la bottiglia di acquavite, per poi prendersi un bicchiere e lasciarci zampillare dentro un sorso che presto gli avrebbe bruciato la gola. Chelo si fissò sul suo pomo d’Adamo che, lungo la gola, si muoveva ossessivamente, su e giù, con fastidio.
Pólvora negraTalco y bronceFu allora che il tenente Beltrán si pulì con la manica e fece schioccare la lingua, come se stesse per dire qualcosa, ma alla fine si trattenne. Allungò invece la mano, alla stregua di un artiglio, e strinse forte la guancia di Chelo.
«Guardami bene, biondina, ora sono io che sto per darti un consiglio», proseguì, dicendole delle cose con una voce che sembrava trascinarsi lungo una strada sterrata, fino a spingerla con forza contro il bancone. Poi tornò a sbevazzare dal bicchiere, stavolta fino a svuotarlo.
«Il fatto è che dicono che la sciura Ana è svenuta al solo vederlo», provò a dire Chelo, mentre con le dita bagnate di saliva si sfregava i segni sul viso. «E guardi che se poi sto male mi vengono le nausee.»
«Cos’è, per caso sei incinta di lui?»
Allora Chelo inclinò lo sguardo per osservarlo meglio, così come si guarda soltanto un nemico, mordendosi la lingua, perché sì avrebbe voluto far uscire dalla sua bocca una sfilza di bestemmie.
«Per tua informazione, biondina, ti dirò che aveva lo scolo.»

 

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Montero Glez (Madrid, 1965) è autore, tra gli altri, di Sed de Champán (1999), Quando la notte obbliga (2003), Manteca Colorá (2005), Besos de fogueo (2007), Pólvora Negra (2008), Pistola y cuchillo (2010) e Talco y bronce (2015), con cui ha vinto il Premio Logroño de Novela. Collabora con il quotidiano "El Cultural". I suoi romanzi sono stati tradotti in francese, olandese, italiano e russo.

 [ © Editorial Planeta S.A. | Traduzione: Matteo Di Giulio ]

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