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L'assassino della Pedrera di Aro Sáinz de la Maza

L'assassino della PedreraE saltò.
In aria, il suo corpo non descriveva alcun arco prodigioso. Non cadeva neppure con grande eleganza. Come un fardello, si limitava a precipitare nel vuoto, esanime, agitando braccia e gambe come un fantoccio, mentre si avvicinava con vertiginosa velocità alle affilate rocce sul fondo. Intanto il mare, burrascoso, infrangeva con accanimento le sue onde contro il precipizio, e Milo Malart ebbe l’impressione che non stesse lì ad attenderlo con la precisa intenzione di accoglierlo in senso, bensì con l’indifferenza di dovere ricevere un nuovo rovescio di immondizia, uno in più. Come al resto del mondo, al mare non importava affatto del suo salto.
Un secondo, due, e la testa si spappolava per l’impatto, schizzando di sangue la superficie umida delle rocce. All’istante, un’onda possente spazzava lo scenario per lasciarlo nuovamente pulito. Il sangue effimero. Il sangue di un inetto.
«Stramaledetta vita» mormorò, mentre apriva gli occhi.


Indietreggiò di un paio di passi.
Il cellulare iniziò a suonare. Era così da tutto il giorno. Come nelle precedenti occasioni, Milo non diede cenno di volere rispondere alla chiamata.
In prossimità dell’abisso, osservò la bellezza dell’azzurro, il modo in cui si contorceva tra ghirlande bianche, la sua potenza ipnotizzante. Era uno spettacolo che da sempre, dai tempi dell’infanzia, quando si metteva in quel punto preciso, gli aveva conferito un’energia inspiegabile. Forza. Lucidità. Tuttavia oggi, inerpicato sulla parte più alta di Punta Gran, là dove la tramontana sferzava le sue raffiche con maggiore ferocia in tutto l’Alt Empordà, il suo rituale non sortiva effetto.
Bloccato, chiuse di nuovo gli occhi. Il cellulare smise di suonare.
Doveva mettersi nei suoi panni, pensare e sentire come Marc. E a tale scopo, il metodo scelto era indifferente: un salto nel vuoto, uno sparo in bocca… il risultato era lo stesso. Fine della partita. Game over. Perché lo aveva fatto? Aveva preso la sua HK, l’arma da ispettore della Squadra Speciale Omicidi, e si era fatto saltare in aria il cervello. Perché? La domanda lo assillava di continuo. Perché un adolescente di quindici anni decideva all’improvviso di mettere fine ai suoi giorni? Era davvero giunto alla conclusione che fosse tutto finito, che non valesse la pena di continuare? Era così dannatamente insensato.
Aro Sáinz de la MazaAll’improvviso, una raffica di vento lo fece barcollare. Senza scomporsi, recuperò la verticale. Non gli sarebbe comunque importato precipitare giù dal dirupo. Tu sì che ne avresti di motivi, ma sei un codardo. Respirò a fondo. Di nuovo, si sforzò di mettersi nei suoi panni.
Sono a casa di Irene e Milo, in sala. Loro sono in camera da letto, a discutere. Vado a prendere la sua pistola. L’ha lasciata per dimenticanza sul mobile vicino alla porta di ingresso. Con quella in mano mi avvicino alla finestra. Ho la vista appannata e riesco a distinguere soltanto ombre oltre il vetro. Èl’adrenalina. Noto il respiro accelerato, così come le pulsazioni. Avvicino l’arma, la mano mi trema. So quello che sto per fare e sto tremando. Sono il carnefice e la vittima in una sola persona. Finalmente sono qualcosa. Ma non basta. Non ci sono speranze per me. Perché aspettare? Sento i miei battiti. È l’ultimo suono, quello che annuncia che la partita è finita.
Il cellulare riprese a suonare.
Introduco la canna della pistola in bocca, e sparo. La detonazione è secca. Fatto. L’arma mi cade di mano e raggiunge il pavimento prima del mio corpo. La testa è scaraventata all’indietro per l’impatto e io, come una marionetta cui hanno tagliato i fili, stramazzo, privo di vita, fino a cadere di schiena sul parquet. Sulle pareti, sangue. Sangue sul soffitto e sui mobili. Sangue sul pavimento, a formare una pozzanghera a causa del torrente che sgorga, a fiotti, dalla parte superiore del mio cranio.
Milo si portò le mani al viso. Dopo avere sentito lo sparo, era uscito dalla stanza e aveva visto Marc steso sul pavimento, come una bambola rotta. Ma il suo sangue non era quello di un inetto. Senza speranze. Era giovane, con il futuro ai suoi piedi. Perché aspettare? Aveva tutto, famiglia, opportunità, ma non gli era servito a niente. Non mi interessa quello che ho. Irene strillava e lui, consapevole dell’assurdità del suo atto, gli aveva sentito il polso. Sono stufo di fingere. La testa distrutta e lui che gli prendeva il polso. Cose da matti. Non sopporto la vergogna. Da cominciare a ridere e non finirla più. Non sono niente. Irene non smetteva di gridare e lui rimaneva fermo, inginocchiato vicino al suo cadavere, incapace di reagire. Vi darò una lezione. Un istante eterno, grottesco.
Il cellulare suonò un’altra volta. Non sopporto la vergogna. Esasperato, Milo prese il telefono.
«Che?»

linea verticale Aveva preso la sua HK, l’arma da ispettore della Squadra Speciale Omicidi, e si era fatto saltare in aria il cervello

«Dove sei? È tutto il giorno che provo a rintracciarti!» esclamò Susana Cabot, giudice istruttore di Barcellona. Una buona amica, ex amante, un falco nel suo lavoro. «Dimmi, dove diavolo sei?»
«Al cimitero, a trovare Marc. E perché ti devo dare spiegazioni? Sono stato destituito, ricordi? In ferie obbligate. Posso fare quel che mi pare».
Susana Cabot osservò qualche istante di silenzio. Dopodiché, spiattellò: «Non ci provare con me, per caso tuo nipote è sepolto in una galleria del vento?»
Milo fece una smorfia. Era difficile darla a bere alla giudice. Schermando il cellulare con la mano per scongiurare il rumore della tramontana, riconobbe: «D’accordo, stavo per andare a Montjuïc, ma ho fatto una scappata a Port de la Selva. Ci andrò dopo».
«Mi sembra giusto, bisogna riconciliarsi con i morti».
«E adesso che ho la tua approvazione, potremmo rimandare questa chiacchierata a un’altra volta? Mi cogli in un brutto momento. Ti chiamo più tardi, o meglio domani…»
«No» interruppe lei «ho bisogno di te a Barcellona, subito. Non hai letto i giornali, visto le notizie?»
«Di qualcosa sono al corrente nonostante il mio ritiro.» Si schiacciò la sella del naso. «Ti riferisci alla Pedrera, a quanto accaduto qualche giorno fa».
«Quattro giorni, Milo. A cavallo tra sabato e domenica 4 luglio, all’alba. Sono già passati quattro giorni e nessuno del Dipartimento Omicidi ha la minima idea di chi possa avere compiuto questa atrocità. Brancoliamo nel buio, e l’intera città si sta infiammando. Non puoi immaginare le pressioni che devo sopportare».
«Infiammando? Curiosa associazione di idee».
«Ispettore Malart, non è il momento di ironizzare. Ti parlo da giudice. Dimmi quanto ne sai della faccenda».
Milo cercò di fare mente locale. Un uomo impiccato era stato rinvenuto sulla facciata della Casa Milà, conosciuta anche come La Pedrera, in pieno paseo de Gracia. L’assassino aveva usato cavi di acciaio per legargli i polsi, lo aveva sospeso al bancone del primo piano e poi gli aveva dato fuoco. Quando erano arrivati i pompieri, la vittima era ormai carbonizzata.
«Se non ricordo male, era stato identificato come un’alta carica de La Caixa, un ex conseller, credo della Cultura: un tizio che era tra i papabili alla candidatura di sindaco. Non ricordo il nome. Bisogna ammettere che l’assassino ha avuto fegato per…»
«Sì, in centro, proprio nel miglio d’oro di Barcellona, e in un edificio di Gaudí. È da idioti. Chi può avere fatto una cosa del genere? Uno svitato, senza dubbio. Nessuno nelle sue piene facoltà si sarebbe preso tanto disturbo per uccidere un essere umano».
«O tutto il contrario. Sapete già come è riuscito a ingegnarsi per appendere il corpo?»
«Lo sappiamo, si è esibito per noi davanti alle telecamere di sorveglianza. Lo hanno ripreso mentre saliva sul marciapiedi con un veicolo di quelli con la piattaforma elevatrice che usano gli addetti ai Parchi e Giardini per potare gli alberi. Qualche imbecille lo aveva lasciato parcheggiato a pochi isolati. L’assassino ha collegato i fili, ha guidato fino alla Pedrera, e lo ha posizionato sotto alla terrazza prescelta. Successivamente, ha issato la vittima sulla piattaforma, l’ha innalzata fino al primo piano, e l’ha sospesa al ferro battuto del balcone. Dopodiché, si è trattenuto con lei qualche secondo, cosa che ci ha sconcertato in un primo momento, e poi è sceso. Una volta sul marciapiedi, ha acceso uno Zippo e gliel’ha lanciato. Il corpo è arso come una torcia».
Aro Sáinz de la Maza«Brutta morte. La vittima era drogata?»
«Non lo sappiamo, il fuoco ha eliminato tutti i fluidi dal corpo. Quello che i medici legali sono riusciti a concludere è che la vittima era viva prima di ardere».
Milo sviò lo sguardo verso il mare. Un istante appena e scorse non molto lontano un uccello, probabilmente un cormorano, che fluttuava sugli andirivieni delle onde. Spiegava le ali, come se cercasse di alzarsi in volo, e poi le ripiegava di nuovo».
«Se avete le registrazioni delle telecamere, saprete che aspetto ha».
«Destrimano, di corporatura atletica, intorno ai settanta chili e un’altezza che si aggira sul metro e ottanta. Vestiva da motociclista, di nero dalla testa ai piedi: guanti, tuta, stivali dalla suola spessa e casco con la visiera dipinta, il che ci impedisce di precisare con certezza che si tratti di un maschio; ma da come corre supponiamo sia un uomo. Anche l’età è imprecisata, fra i venti e i quarant’anni. Quello che non ci sfugge è che, oltre al sangue freddo, ha anche uno speciale senso dell’umorismo. Ha salutato la telecamera, o si è congedato, sventolando la mano».
Milo puntò gli occhi sul cormorano. Continuava a muovere le ali senza riuscire a librarsi in volo. Con le piume fradice, lo vide dibattersi sul mare lungo, dimenare il collo.
«E cosa ne ha fatto del veicolo?» domandò.
«Lo ha guidato fino all’ultima svolta e lo ha abbandonato. Le telecamere lo hanno perso mentre attraversava dal passeggio alla strada e abbiamo immaginato la cosa più logica: che fosse salito su un veicolo proprio per allontanarsi da lì».
«Però?»
«Il tizio è ritornato, si è piazzato nel cantone antistante, da quanto abbiamo dedotto in base all’angolazione di ripresa, e si è apprestato a filmare l’agonia della vittima da lontano».
«E questo lo sapete perché è spuntato il famoso filmato».
«In internet. Abbiamo cercato di fermarne la diffusione, ma siamo arrivati tardi: le reti televisive lo avevano già scaricato e lo hanno ritrasmesso fino alla nausea, non l’hai visto? Lo stronzo, quando si era trattenuto con la vittima prima di scendere, in realtà la stava filmando in primo piano. Dopodiché, ha continuato a riprendere fino all’arrivo dei pompieri. Hai capito adesso perché è così urgente che ritorni oggi stesso e ci aiuti a questo caso?»
Non rispose. Rimaneva immobile, concentrato sul cormorano. L’uccello continuava a lottare per spiccare il volo e ipotizzò che dovesse avere una zampa intrappolata in una lenza o un pezzo di rete.
Intrappolato. Marc. In cosa?

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