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La donna in grigio di Anna Maria Villalonga

Anche loro uccidonoLa donna non aveva alcuna attrattiva speciale. Né alta né bassa, né bella né brutta, né giovane né anziana. Un personaggio grigio in mezzo alla massa grigia. Con un foulard al collo.
L'idea gli era balenata in testa in maniera improvvisa, tuttavia gli era parsa subito una bella trovata, un'attività innocua. Sapeva che, a volere essere proprio puntigliosi, qualcuno avrebbe potuto obiettare che stava trasgredendo la legge o, quantomeno, la tanto ribadita violazione della privacy, ma non se ne preoccupò granché. Gli scrupoli iniziali si dissiparono quando considerò la quantità di videocamere che ci sorvegliano, di giorno e di notte, da qualsiasi angolo della città. Se il Grande Fratello è già tra noi, impunito e all'ingrosso, lui che faceva di male? In mezzo a tanta informazione spiattellata a destra e a manca, un uomo come lui appariva chiaramente inoffensivo.

Di fatto, trovò che il tutto avesse un che di letterario, se non addirittura poetico. Non ricordava con precisione, ma sicuramente doveva avere preso spunto da qualche romanzo o film. Si sa che le cose rimangono assopite nel nostro subconscio e affiorano quando vogliono, di punto in bianco. A ogni modo, non indugiò a lungo. Era troppo allettante.
Tutto ebbe inizio come un gioco per scongiurare la routine. Non gli passò per il capo che, talvolta, i giochi ci sfuggono di mano, impossibili da controllare.

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Non vuole continuare a rimanere chiuso in casa, ma ne è terrorizzato.
Anna Maria VillalongaÈ un figlio di buona donna, spietato e selvaggio.
Per colpa sua, per colpa di quello psicopatico che non la smette di osservarlo, ogni mattina diventa sempre più faticoso oltrepassare la porta del bagno. Farsi la doccia, radersi, lavarsi i denti. Non sopporta l'immagine che gli viene restituita: il volto smagrito, la borse flaccide sotto gli occhi, lo sguardo perso.
Lo odia.
Dorme male da molte notti. Le palpebre gli bruciano e la vertebre gli scricchiolano. Da quando, qualche mese prima, ha perso il padre e il lavoro quasi in contemporanea, vive pressoché recluso, a rileggere vecchi libri o a guadare film datati con un videoregistratore malmesso tanto quanto lui. La quotidianità gli esige uno sforzo sovrumano. Nota le gambe molli, come spugne gommose dopo un'influenza. Mangia pochissimo ed esce solo quando non può farne a meno. Va a fare la spesa settimanale e qualche volta al cinema. E basta.
È cosciente di non essersi mai sentito così, come se vivesse intrappolato dentro un buco profondo. Finché lavorava in quell'insignificante filiale di banca, dove non avevano esitato a dargli il prepensionamento con una disperata manovra per schivare la crisi e mantenere intatte le prerogative dei boss, gli bastava il rapporto con i colleghi per coprire le sue esigenze di vita sociale. Una cena di tanto in tanto, qualche uscita in gruppo per andare a teatro o a vedere uno spettacolo e poco più.
In realtà, aveva bisogno di pochissimo per essere felice. Fin da piccolo, i suoi amici più fedeli erano stati i libri, una passione ereditata dal padre. Come lui, passava ore a leggere nella sua stanza, a rovistare tra gli scaffali delle librerie o recandosi in biblioteca. Ben presto i personaggi di finzione diventarono più reali delle persone che gli stavano intorno. Lo accompagnavano ovunque, gli stimolavano l'immaginazione. Lo facevano sentire bene.

linea verticale La parola “vendetta”, che gli si infiltra nel cervello in modo furtivamente maligno, gli fa aprire gli occhi

Nell'adolescenza scoprì il cinema, e la sua parcella d'ozio, e di felicità, accrebbe. Era sempre aggiornato sulle prime visioni e sulle novità; non si perdeva mai un buon film. I primi tempi ci andava con qualche compagno di scuola, il sabato pomeriggio. Prendevano una bibita, compravano cioccolatini e semi di zucca e si sparavano la programmazione completa, dall'inizio alla fine. Siccome alcuni cinema di quartiere erano a proiezione continua, spesso riguardavano più volte lo stesso film. Qualche volta, finché il cinema non abbassava la serranda, calata ormai la notte. Gli piacevano le commedie. E i film d'avventura, polizieschi e di mistero. Il cinema e la letteratura gli offrivano la possibilità di viaggiare nel tempo, visitare paesi lontani, abitare isole deserte. Di fronte a uno schermo, o tra le pagine di un libro, si sentiva libero, vibrante. Poteva vivere altre vite, immaginare di mettersi nella pelle dei cavalieri, dei pirati, dei banditi, di tutti quegli eroi che non avevano paura.
Lui era diverso, timido, riservato. Un romantico di poche parole, come suo padre. La madre, così vitale e gioiosa, non riusciva a capirli. Glielo diceva sempre, prendendoli un po' in giro: siete degli inguaribili sognatori! E aveva ragione, ma non potevano farne a meno. In realtà, quella vita placida e senza scossoni andava più che bene.
Sfortunatamente, niente dura per sempre. Non aveva ancora compiuto diciassette anni quando un evento inatteso capovolse il suo mondo. L'ordine naturale delle cose venne sconvolto. La madre, quella donna traboccante di energia, colonna portante della casa e fulcro della convivenza, crollò sulle piastrelle della cucina mentre stava preparando il pranzo domenicale. Così. Come niente fosse. Un'emorragia celebrale, disse il medico. Fulminante. Inspiegabile. Ingiusto.
Padre e figlio, tramortiti dalla tragedia, si rifugiarono l'uno nell'altro. Al riparo del focolare domestico, attorcigliati come due lumache all'interno dello stesso guscio, non riuscirono mai a riemergere da quel buco nero, mettere di nuovo la testa fuori di casa. Condivisero tutto. Uniti, isolati, incapaci di superare lo shock e la rabbia. Senza l'ancora della madre morta, rimasero sospesi tra la realtà e la finzione, immersi nel loro universo fatto di storie e personaggi. All'apparenza, svolgevano una vita normale. Andavano a lavoro e a scuola, pulivano l'appartamento, pagavano le tasse. Ma, alla fine, era tutto un miraggio. Il padre adempiva agli obblighi come un bambolotto meccanico. E lui, lo imitava.
Anna Maria VillalongaQuando ebbe l'età, si mise a cercare lavoro. Era quello che bisognava fare. A quei tempi era piuttosto facile, e ben presto lo assunsero in una banca locale. Partì dal basso, occupandosi delle mansioni più semplici. Siccome era serio e responsabile, dopo un po' lo nominarono assistente amministrativo e gli assegnarono una scrivania propria. Così salì di categoria, a poco a poco. Non arrivò mai a essere direttore di filiale. Si fermò a controllore finanziario, il gradino prima. Non aveva sufficiente risolutezza. O forse era perché, in realtà, quel lavoro non gli interessava affatto. Lo aveva accettato solo per fare contento il padre, per farlo stare tranquillo. All'epoca, un posto in banca era un investimento sicuro. Un buono stipendio, una garanzia per tutta la vita.
Che ironia, visto con la prospettiva del tempo.
Ora, da quando è solo, vive la vita con lo sguardo sfilacciato, come se le immagini gli giungessero attraverso occhiali di una gradazione sbagliata. Senza nulla di concreto da fare, si sente ogni giorno più slegato dalla realtà. L'aspetto delle cose, le sensazioni, le voci... Tutta ha assunto una cadenza nuova. Non riconosce l'ambiente circostante, immagina di essere andato a finire in un universo parallelo, in un mondo identico a quello di sempre, ma da casa di bambole. Una scenografia dipinta male, con attrezzi di scena. Le pareti, i mobili, persino i libri gli sembrano oggetti di finzione, ciarpame fasullo. Prova una nostalgia tremenda per il padre, ma trova questo sentimento improprio, se ne vergogna. È un uomo fatto e finito. Non ha famiglia, né amici. Nessuno lo attende a casa al suo rientro e nessuno sentirebbe la sua mancanza se un giorno se ne andasse. Se ne sta al mondo immobile, solo, divenuto ormai l'ombra di qualcun altro, accettando come propria la vita altrui.
Non è una persona, è un automa. Un giocattolo deformato.
Fatica a realizzare lo scorrere degli anni. Come hanno fatto a scivolare via così in fretta? Ha la mente annebbiata. Gli ronzano in testa inopportuni riferimenti letterari. Alla ricerca del tempo perduto. Scoppia a ridere. Una risata amara, che arriva dal profondo. Come può mettersi a cercare il tempo, se non sa nemmeno dov'è la madeleine?
Nuove signore del crimineMan mano che avanzano le settimane, l'isolamento si fa sempre più duro. Di notte, il vuoto gli attanaglia il petto come una morsa. L'assenza del padre lo ha riportato al passato, lo ha trasformato di nuovo nell'adolescente sognatore e indifeso a cui era sprofondato il mondo una domenica mattina a mezzogiorno. È indifeso, inerme, e i giorni si fanno sempre più pesanti, interminabili. Come se i secondi, i minuti e le ore fossero rimasti intrappolati tra le lancette dell'orologio, dentro una sorta di intricato labirinto del tempo, zeppo di insidie.
Sa che deve lottare contro l'abulia e non vuole diventare un agorafobico pieno di manie. Questa possibilità, la confortante benedizione di non uscire mai più di casa, gli è frullata in testa qualche volta, come una specie di tentazione ancora fugace, ma deliziosa. Oppresso dal caldo, ha passato l'estate accarezzando l'idea, barricato dietro la finestra durante le lunghe notti di insonnia. Gli sembra un'immagine esteticamente perfetta, del colore seppia delle foto antiche, placida, decadente. L'epilogo più coerente, più comodo, il culmine logico di una vita come la sua. Tuttavia, è anche consapevole che la situazione nell'insieme porta a uno strano controsenso. Vuole sfuggire alla noia e, di contro, lo alletta il progetto di rinchiudersi per sempre, come un anacoreta in una spelonca. Gli balena in testa che questo atteggiamento rivela un qualche tipo di vendetta masochistica. Il che lo spaventa. La parola “vendetta”, che gli si infiltra nel cervello in modo furtivamente maligno, gli fa aprire gli occhi. Vendetta? Contro cosa? Contro chi? Contro se stesso? Si tratta di espiare il proprio disinteresse vitale? Davvero ha bisogno di torturarsi, incolparsi, immolarsi? Perché? Cosa ha fatto di male? Niente, non ha fatto nulla di male.
C'è solo un responsabile della sua solitudine.
La vita.
Quello scherzo di cattivo gusto.

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