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Il musicista del boulevard Rossini di Vicent Usó i Mezquita

Il musicista del boulevard RossiniTadeusz non poteva immaginare che quello sarebbe stato il suo ultimo concerto in un teatro, lui che sognava fosse solo il primo, l’inizio di una feconda carriera da concertista, la prima pietra nella costruzione della fama. Il modesto teatrino di paese sul cui palcoscenico erano schierati i musicisti, dovremmo dire compressi più che organizzati, non gli sembrava, in quell’istante, meno sontuoso della Scala di Milano, del Royal Albert Hall di Londra o del Teatro Bolshoi di Mosca. L’emozione di quell’attimo riusciva a fare eclissare le crepe che si profilavano nitidamente lungo le pareti scrostate della sala, il lustro perduto di certi tendoni che reclamavano pensionamento urgente, le lampadine fuse che nessuno si sentiva in obbligo di cambiare, il grugnito delle sedie della platea di poltroncine ogniqualvolta un occupante si muoveva, che era di continuo, o il mormorio del pubblico e le corse dei ragazzini, che non cessavano nemmeno nei momenti più intensi.

Quando, con un sorriso amabile e coraggioso allo stesso tempo, Jan Domanski lo invitò ad alzarsi per interpretare la Campanella, le gambe gli tremavano, la schiena gli gocciolava di sudore e aveva la bocca piena di saliva. Per un secondo, si convinse che sarebbe andato tutto male e desiderò di essere a molti chilometri di distanza, sebbene avesse tanto sognato quel momento. Ma fu sufficiente uno sguardo del maestro perché cominciasse a respirare con calma, a concentrarsi sullo spartito, sulle dita della mano sinistra, che si muovevano velocemente sulle corde, esercitando pressione, modulando il suono che l’archetto produceva nello sfregarle. Gli bastarono le due frasi iniziali, l’attacco impetuoso della Campanella, perché il mondo svanisse, perché la musica cominciasse a Vicent Usóintridere ogni cellula, perché lui e il violino si fondessero in un’unità indissolubile. Lo svegliò uno scoppio assordante e, sconcertato per la sorpresa, aprì gli occhi. Jan Domanski lo guardava soddisfatto, il volto sudato, gli occhi brillanti, la bocca dispiegata in un sorriso generoso. Gli fece un cenno con la bacchetta affinché salutasse il pubblico e Tadeusz inclinò il capo. In basso, la gente si era alzata in piedi e applaudiva con fervore, dalle ultime file gli arrivava persino qualche urlo di euforia che doveva avere lanciato, ne era certo, uno dei suoi amici incline allo schiamazzo. Forse, dopotutto, dobbiamo dargli ragione e le emozioni che là erano scaturite non sono poi così diverse da quelle che riempiono i grandi auditorium a ogni serata concertistica.
Fu a quel punto che si rese conto di non ricordarsi niente di quanto era accaduto tra l’inizio del pezzo e quel momento di magia che ora gli provocava le lacrime. Aveva la schiena zuppa e le gambe gli tremavano di nuovo. E non sapeva cosa fare, se inchinarsi un'altra volta o sedersi o iniziare la ritirata, aveva soltanto una voglia immensa di ridere. Guardò ancora il maestro, che aveva fatto alzare i giovani musicisti e adesso tutti insieme inclinavano leggermente il capo, le risate dipinte sulle bocche, soddisfatti per avere scacciato la tensione. E, senza pensarci, abbracciò Domanski, lui, più di nessun altro, si meritava quelle dimostrazioni di ammirazione. Chi adesso applaudiva con fervore pochi giorni prima lo aveva ignorato, per non dire che la maggioranza si era   fatta beffa della sua condizione, guarda un po’ se non è grande il potere trasformatore della musica, si dice ammansisca le belve, come si potrebbe dire sia anche in grado di mettere un po’ di senno nei cervelli dei mascalzoni, che, a dispetto di quanto appaia a prima vista, non è merito di minor portata in confronto al precedente.

linea verticale La gente cominciava ad abbandonare il locale, perché la vita non è solo musica, neanche fosse la più eccelsa

Poi, mentre salutava di nuovo, aveva cercato Krystyna di sottecchi, adesso che avevano acceso le luci della platea doveva essergli più facile localizzarla. Sedeva tre posti indietro, a un estremo della fila, e non smetteva di piangere, abbracciata alla madre. Incrociarono gli sguardi e sorrisero entrambi lievemente e lei si unì agli applausi dei compagni, e un istante dopo applaudiva anche la madre, gli occhi ugualmente bagnati di lacrime. Il padre rideva apertamente e non smetteva di stringere mani che si congratulavano con lui e di ricevere pacche sulle spalle.
La gente cominciava ad abbandonare il locale, perché la vita non è solo musica, neanche fosse la più eccelsa, diciamo quella di Mozart o del maestro Paganini come potremmo dire quella di Beethoven o di Tchaikovsky o di tanti altri, alcuni noti e altri per nulla, perché la storia delle arti è fatta sia di conferme sia di oblii, ma questo, che Tadeusz ha sentito sostenere con veemenza da Domanski, non lo pensava la gente che si ammassava alle porte, in attesa del proprio turno per uscire, la maggior parte intenta ad abbottonarsi i cappotti e avvolgersi le sciarpe e coprirsi la testa con cappelli e berretti. Commentavano l’abilità dei giovani musicisti, consideravano le ore che Domanski doveva avere perso a istruirli, la pazienza che serviva per mettere in riga i giovani, ma quella conversazione durava solo un istante e subito dopo stavano già pensando al vento gelido che li avrebbe accolti nel varcare la porta, al lavoro che li attendeva, appena arrivati a casa, lavare i bambini o ritirare il bucato dallo stendino o dare da mangiare agli animali e, a ogni modo, preparare una seppur modesta cena, perché gli spettatori di quel concerto erano persone umili, senza troppe possibilità, lavoratori agricoli e niente di più, la maggior parte. La madre di Tadeusz si era procurata una coscia di agnello per festeggiare il successo del figlio e aveva invitato Krystina a cenare con loro e lei si era offerta di aiutarla a preparare i pierogi al formaggio. Vicent UsóSembrano facili da fare, alla fin fine non sono altro che pasticcini farciti, si tratta soltanto di mescolare acqua, farina e uova, sostanzialmente, ma richiede una certa abilità amalgamare l’impasto al punto giusto e ancor più ripiegarli, una volta farciti, ma non c’è da preoccuparsi, perché Krystyna ha le mani d’oro in cucina e soprattutto molta pazienza. Nel frattempo, la madre aveva preparato la coscia, non era molto grande, ma la carne fa sempre festa, e ancor più se non è piatto di tutti i giorni, per quanto avessero fatto in modo di aggiungerci delle belle fette di patata, fini fini, come piacciono a Tadeusz, e che venissero possibilmente ben abbrustolite e con i contorni croccanti. Il pane lo avrebbero inzuppato nel brodetto e così forse si sarebbero saziati.
Mentre cenavano, il padre riferì di avere parlato con Domanski, all’uscita dal teatro. Aveva il contegno sostenuto delle grandi occasioni, ma gli occhi gli brillavano di ebbrezza soddisfatta. E diceva che lo aveva autorizzato a sbrigare le pratiche presso le autorità per cercare di fargli ottenere una borsa di studio in un’accademia di Cracovia. Questo significava riempire un mucchio di documenti, rispondere a un questionario che per lui era inintelligibile, capire dove bisognava presentarlo per farlo arrivare a chi di dovere e, ancor più, parlare con il funzionario opportuno, affinché i documenti non si incagliassero in qualche cassetto sperduto, che facessero il più in fretta possibile, poteva essere sempre troppo tardi. Era l’unica possibilità, se voleva proseguire gli studi di violino, che loro, era cosa risaputa, non erano in grado di offrirgli. E anche se gli fosse stata concessa la borsa di studio, non si sarebbero comunque liberati dei sacrifici: per prima cosa, fare a meno delle entrate che avrebbe apportato Tadeusz se avesse accompagnato il padre a lavorare nei campi, ne aveva già l’età. Del prezzo cui avrebbe dovuto farsi carico il figlio, Witold non ne aveva parlato, e nemmeno gli era passato per la testa: lasciare il paese e gli amici per dormire in un letto estraneo, abbandonare l’amata ora che il fuoco dell’amore ardeva più che mai, rinunciare ai piatti che preparava la madre, modesti per la mancanza di alcuni ingredienti, ma sempre sostanziosi, elaborati con una cura che non avrebbero osservato le cuoche della residenza dove avrebbe dovuto alloggiare, se tutto andava bene, perché forse stavano già vendendo gli uccelli e ancora non erano neanche usciti a sistemare le tagliole. Ma non importa, aveva concluso il padre. Quel giorno, con il ricordo di tante voci che poco prima si erano congratulate con lui per il successo del figlio, di tante mani che avevano stretto la sua e gli avevano dato pacche sulle spalle, nessun sacrifico gli sembrava eccessivo. Vicent Usó Sognava già l’accoglienza che gli avrebbe riservato il presidente della Repubblica quando il figlio avesse debuttato nella capitale e i melomani si sarebbero meravigliati di tanta perizia. La madre non smetteva di sorridere in silenzio, compiaciuta per il proposito del marito e allo stesso tempo timorosa per il futuro, cosa ne sarebbe stato del figlio lontano da casa, chi gli avrebbe lavato i panni, chi gli avrebbe fatto la polvere nella camera dove avrebbe dovuto dormire, chi lo avrebbe consigliato quando avesse avuto dubbi, chi sarebbe stato attento che non gli accadesse nulla. Tadeusz non si accorgeva delle preoccupazioni della madre, ma credeva di intuire che le parole del padre le producessero un’espressione sarcastica, se chi ti ascolta adesso ti avesse sentito prima, doveva pensare. Gli occhi dell’uomo brillavano per l’emozione, è vero, ma anche per via dell’indigestione di vino ungherese che avevano aperto per festeggiare il traguardo, dopotutto era stato lui a bersi quasi tutta la bottiglia, tra un pezzetto di agnello e l’altro, perché Krystyna e la madre avevano bevuto acqua e Tadeusz si era versato mezzo bicchiere scarso. Bisognava passare un esame, continuava il padre, la bocca sempre più insalivata, ma il maestro era convinto che Tadeusz sarebbe stato in grado di superarlo, se lavorava con la dedizione che aveva dimostrato finora. La madre assentiva, convinta, e Krystyna stringeva la mano dell’amato sotto il tavolo e sorrideva, anche lei, come la madre, pativa per la distanza che si sarebbe spalancata fra di loro, ma le preoccupazioni che la affliggevano erano di ordine differente. Mentre riferiva che Domanski gli aveva confessato di conoscere ben pochi giovani con le doti musicali di Tadeusz, il padre si riempiva la bocca. Per un istante, aveva pensato di proporre un brindisi, ma si era accorto in tempo che il vino era già finito. Quindi aveva lasciato perdere. Era convinto che brindare con l’acqua avrebbe portato sventura.
Più tardi, quando si fossero diretti a piedi verso la casa di lei, Tadeusz e Krystyna avrebbero fantasticato sul futuro splendido che li avrebbe attesi: Berlino, Parigi, Lisbona e ancora New York, le sale da concerto delle principali città europee si sarebbero messe in competizione per vederlo esibirsi, avrebbero volato su aerei moderni e avrebbero alloggiato in hotel di lusso, con una vasca da bagno rotonda e un mobile bar ben assortito, e Krystyna avrebbe dovuto comprarsi i migliori vestiti per fare vita mondana, con tutta la gente che presto avrebbero conosciuto, e lui una finanziera per gli spettacoli. Non avrebbero smesso di ridere, La veus i la boraEl músic del bulevard Rossiniquella notte chiara, la luna che spandeva una luce pallida per le strade silenziose del paese, una brezza leggera che alzava nuvolette di polvere e i cani che abbaiavano al loro passaggio, a festeggiare la fortuna che li attendeva. Non avrebbero smesso di ridere eccetto quando l’impulso del desiderio li avrebbe spinti a fermarsi in una zona ombrosa a cercarsi le bocche e a solleticare la carne sopra i vestiti. Non dovevano mancare le occasioni, comunque, perché le strade del paese non sono molto illuminate: lampadine di scarsa potenza e mal distribuite. Ma gli inconvenienti che trovano gli uni sono virtù che apprezzano gli altri e agli innamorati va più che bene che di tanto in tanto il buio li protegga. Krystyna ha un corpo minuto, senza carne più del giusto, lei vorrebbe un po’ più di seno e le cosce un po’ più piene e le labbra più grosse, ma adesso non ha il coraggio di confessarlo a Tadeusz, che la trova perfetta, snella e proporzionata, i lineamenti fini e gli occhi verde scuro, la ragazza più bella del mondo intero, o almeno così le dice, e chiunque veda l’espressione che ha, quando la guarda, non potrebbe mettere in dubbio che dichiari le cose tali e quali a come le sente. Una volta congedatisi, dopo un bacio lento, lo stomaco di Tadeusz sarebbe parso pieno di lucciole e gli occhi di Krystyna avrebbero pianto per l’emozione. Veramente, basta ben poco per essere felice: qualcuno che ti ami e un paio di sogni o tre.

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Vicent Usó i Mezquita (Vila-real, 1963) è scrittore, giornalista e sceneggiatore per il cinema e la televisione. È autore di La mirada de Nicodemus (1995), Tan oberta com sempre (1998),  Maig era un mes sense pluja (2000), La taverna del Cau de la Lluna (2001), L'herència del vent del sud (2002), Crònica de la devastació (2002), Les ales enceses (2005), El músic del bulevard Rossini (2009), La mà de ningú (2011) e Les veus i la boira (2015), vincitore del premio Alfons el Magnànim. Usó fa parte anche del collettivo Unai Siset.

[ © Grup62 | Traduzione dal catalano: Laura Mongiardo ]

 

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