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Le rose di Stalin di Monika Zgustova

Le rose di Stalin«Mio padre non fu l'unico colpevole. Di fatto tutti quei milioni di morti, giustiziati, tutto quello spargimento di sangue non fu tanto colpa di mio padre quanto del Partito Comunista, del regime comunista, di tutto quell'ingranaggio che muoveva il nostro paese» sentì la sua voce chiarire con veemenza alle centinaia di giornalisti presenti alla conferenza stampa nell'Hotel Plaza di New York.
Ma cosa sto dicendo?, pensò dentro di sé, inorridita, ma non poteva smettere. Non appena i giornalisti le avevano domandato di suo padre, di colpo aveva preso a evocare le loro lettere e quella specie di gioco che facevano: lei ordinava, lui obbediva.

Mia cara, piccola Svetlana,
g
razie per i regali. E grazie anche per il messaggio.
Vedo che non ti sei dimenticata di
tuo padre.
Aspettami a Soči, intesi?

Baci dal tuo PAPÀ

Ma si ricordò anche di quella volta in cui, da bambina, aveva chiesto alla balia, quando sua madre era ancora viva: «Perché voglio più bene alla mamma che al papà, tata?» La balia era raggelata e le aveva spiegato che doveva amare in uguale misura entrambi i genitori.
A quel punto narrò alla folla di giornalisti riuniti la vita grigia e noiosa che erano costretti a vivere nell'Unione Sovietica, e raccontò anche che il Partito Comunista le aveva proibito di sposarsi con un cittadino indiano, un traduttore, e così si era vista obbligata a convivere con lui senza sposarsi, cosa che non era tollerata nella società sovietica. Raccontò di fronte a tutti che il governo sovietico aveva perseguitato Brajesh Singh fino alla morte. Si ricordò che la gente a Kalakankar le aveva detto che Brajesh era partito per Mosca in buone condizioni fisiche e che la sua morte li aveva molto sorpresi: «Cosa gli è successo? Cosa gli hanno fatto?»
Monika ZgustovaI giornalisti guardavano quella donna espressiva, bella e vigorosa, con gli occhi appariscenti di un azzurro verdognolo e i capelli corti dal colore acceso, le unghie accuratamente dipinte e le sopracciglia delineate, che si comportava tanto spontaneamente quasi fosse seduta con un'amica in una caffetteria, anziché trovarsi di fronte a centinaia di giornalisti durante una conferenza stampa, dove ogni sua parola poteva essere mal interpretata e arrecarle conseguenze gravi e imprevedibili. Era questa la figlia di uno dei più grandi tiranni del XX secolo?, si domandavano e frugavano nelle loro menti alla ricerca di un titolo succulento con cui intitolare l'articolo che sarebbe apparso sul giornale il giorno seguente.
Il moderatore, una personalità di spicco della televisione, dalla pettinatura perfetta nella sua informalità e con indosso un completo dal tocco casual, diede la parola a un giornalista abbronzato, dall'aspetto sportivo e con un'espressione intelligente: «Come fu la sua infanzia? Come la trattavano suo padre e sua madre e che rapporto aveva con loro?»
Svetlana parlò di sua madre, giovane e delicata, della sua malinconia, della rudezza del marito, che le era insopportabile; di quando, negli anni venti, si era recata ai bagni di Mariánské Lázně per le acque termali: un episodio dalle tragiche conseguenze.
«Una persona di fiducia mi raccontò che, non appena mia madre aveva lasciato le terme, il suo medico, e amico, fu assassinato in auto.»
In sala calò il silenzio. A quel punto, lo stesso giornalista domandò con una voce più fievole: «Come? C'era dietro la polizia segreta?»
Svetlana non poté reprimere un sorriso, per quanto le appariva innocente la domanda rispetto alle pratiche dei regimi totalitari.
«Mia madre, quando era ancora all'università, veniva costantemente seguita dalla polizia segreta, sia a Mosca che all'estero: come me.»
«Ci può fare un esempio?» domandò con vivo interesse una donna bruna, non molto alta, con il naso aquilino un po' picassiano.
«Un esempio? Be', ve ne farò uno... Da quando ero adolescente, eravamo sempre in tre agli appuntamenti amorosi. Io e i miei fidanzati eravamo costantemente seguiti da un membro del KGB, come minimo.»
Rimase in silenzio. Non era certa di dovere continuare. Poi disse con fermezza: «E a quel punto accadde una cosa che non ho mai perdonato a mio padre, e mai lo farò.»

linea verticale Svetlana parlò di sua madre, giovane e delicata, della sua malinconia, della rudezza del marito, che le era insopportabile

Les roses de StalinSi bloccò di nuovo. Era tenuta a raccontarlo a quelle persone che vedeva per la prima volta in vita sua?
La giovane donna dagli occhi espressivi e il volto picassiano disse, implorante: «Non è necessario che ce lo spieghi, sono questioni private. Ma se decidesse di condividere con noi la sua vita, lo apprezzeremmo davvero molto.»
Dopo queste parole amichevoli, Svetlana sentì l'impulso di confidare la propria storia alla gente sorridente ed educata di quel paese che fino ad allora l'aveva accolta così bene e i cui abitanti, ingenuamente, considerava suoi nuovi amici. Respirò a fondo.
«Conobbi Aleksei Kapler, un famoso regista del cinema russo, durante la guerra, quando avevo quasi diciassette anni e lui quaranta. Andammo un paio di volte al cinema e al teatro. Durante i festeggiamenti per la Rivoluzione Russa, il 7 novembre, lui mi invitò a ballare un foxtrot. Mi sentii a mio agio a ballare con lui. Mi domandò perché fossi triste e gli risposi che mia madre era morta da due anni. Gli raccontai il nostro dramma familiare. Kapler mi portava dei libri: ne ricordo uno di Hemingway e un'enorme antologia di poesia russa. Ancora oggi conservo impressi nella memoria i versi di Anna Achmatova, Pasternak e Chodasevič , al punto che potrei recitarli qui davanti a voi. Io e Aleksei Kapler uscivamo a fare lunghe passeggiate in una Mosca innevata e ci piaceva moltissimo stare insieme. Come ho già detto, mi seguiva una spia, Mikhail Klimov. Aleksei lo salutava sempre educatamente e a volte gli offriva una sigaretta, cosa che faceva infuriare Klimov. Nessuno trattava così le spie, sapete? Ho raccontato tutto questo per rispondere alla sua domanda.»
«E non potrebbe dirci cosa successe a lei e al suo amico Aleksei Kapler durante la guerra?» domandò una donna minuta con i capelli lunghi castani e i lineamenti delicati. Molti in sala assentirono, dando a intendere che la risposta interessava anche a loro.
Quello che vi ho appena raccontato successe prima della battaglia di Stalingrado, sapete? Durante la battaglia, Kapler dovette spostarsi a Stalingrado in veste di corrispondente di guerra. Così, un giorno, mentre sfogliavo il giornale, trovai un articolo intitolato "Lettere del tenente L. da Stalingrado. Prima lettera", con la firma di Kapler. Sotto forma di lettere d'amore, il mio amico descriveva quanto stava accadendo al fronte. Temetti, e con ragione, che mio padre scoprisse qualcosa. Attraverso la mia spia Klimov, naturalmente, era informato di qualsiasi mio movimento, così come delle mie conversazioni telefoniche con Kapler, che duravano un'ora abbandonante. In più di un'occasione, mio padre mi aveva già dimostrato il dispiacere che gli dava il mio comportamento.
Monika Zgustova«E Kaper tornò da Stalingrado? Ci furono così tanti morti!» domandò un giovane con gli occhiali.
«Sì, tornò da Stalingrado, lui sì» rispose Svetlana.
«E non ci può dire cosa accadde dopo?» supplicò la giornalista picassiana come una bambina piccola, senza nemmeno chiedere la parola.
«Dopo?» Svetlana rimase pensierosa e in silenzio. Non voleva svelare troppe cose della sua intimità davanti a degli estranei, ma d'altra parte sentiva quei giornalisti vicini e il loro interesse la spronava.
«Nonostante il pericolo che incombeva su di noi, io e Kapler tornammo alle nostre vecchie abitudini e andavamo tutti i giorni al cinema, alla Galleria Tret'jakov, passeggiavamo... Il 28 febbraio, il giorno del mio compleanno, ci demmo appuntamento per salutarci: Kapler doveva raggiungere Tashkent per girare un film. Il 2 marzo del 1943, quando Kapler era in procinto di partire, fu arrestato da due uomini e condotto alla prigione di Lubjanka. Dopo un breve processo, il cui verdetto sentenziò che dovesse essere considerato 'spia di una potenza straniera', fu condannato ai lavori forzati a Vorkuta, oltre il Circolo Polare. Io non ne fui informata.»

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Monika Zgustova è traduttrice, giornalista e scrittrice. Nata a Praga, ma residente a Barcellona dagli anni '80, è considerata una delle figure chiave per l'introduzione della letteratura ceca e russa in Spagna. Ha pubblicato i romanzi La dona dels cent somriures (2000), Menta Fresca amb llimona (2002), La dona silenciosa (2005), Jardí d'hivern (2009), La nit de Vàlia (2013), Les roses de Stalin (2016). Le sue opere sono state tradotte in nove lingue.

[ © Galaxia Gutenberg | Traduzione: Laura Mongiardo ]

 

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